Capitolo 12

Tutto sta accadendo come al rallentatore. Quattro teste si girano contemporaneamente verso di me. Mia madre è la prima a muoversi: mi accoglie tra le braccia mentre mi getto contro di lei, alla disperata ricerca di sapere cosa è successo. Sento le sue parole di conforto, ma la mia mente è avvolta in una fitta nebbia e non mi permette di darle ascolto, sono in preda a un terrore che non mi consente di sperare …

“Sta bene, Ana, sta dormendo”. Lei mi spinge un po’ indietro allontanandomi da lei e mi stringe le braccia con un’espressione implorante, nel tentativo di agganciare il mio sguardo allucinato per costringermi ad ascoltare quello che sta dicendo. Poi mi scuote: “ Ana, è qui, sta bene”.

Finalmente le sue parole penetrano nel mio cervello in preda al panico e io crollo, vedo tutto annebbiarsi davanti a me e tiro finalmente un respiro ma il mio corpo è improvvisamente sopraffatto da una miscela di ossigeno e di sollievo e piombo a terra svenuta.

Dopo un minuto o poco più rinvengo, proprio mentre Collins mi sta deponendo sul letto, e apro gli occhi tremando. Per un attimo mi chiedo cosa sta facendo Collins nella mia camera da letto ma mi torna subito in mente quello che è successo. Parte un’altra scarica di adrenalina e le gambe mi sembrano di gelatina. “Voglio vedere mio figlio!”

Lui si fa di lato perché capisce il mio bisogno impellente. “Si calmi, Miss Steele, ha subito uno shock”. Il suo pacato ammonimento non basta a tranquillizzarmi. A lunghi passi mi dirigo verso la stanza di Chris e vi irrompo, senza preoccuparmi se lo sveglio.

Nel sonno lui si agita per la mia intrusione, ma io ho bisogno di prenderlo in braccio e di stringerlo a me. Ho bisogno di sentire il suo calore, il suo odore, di vederlo con i miei occhi. Ho bisogno di rassicurarmi. Non appena il sollievo fa svanire l’adrenalina, mi sento debolissima e mi abbandono sul letto aggrappandomi a mio figlio. Mi lascio finalmente andare, sciogliendo l’angoscia in un fiotto di lacrime di gratitudine.

“È già mattina?” Ancora intontito, Chris biascica a fatica qualche parola sul mio collo.

Singhiozzando di gioia gli rispondo: “No, piccolo, torna a dormire” e me lo stringo forte al cuore.

Poco dopo, sento la suoneria del cellulare ma non ho la forza di alzarmi. Per fortuna mia madre prende la chiamata per mio conto, e gliene sono grata. Solo ora, mentre torno in me, sto cominciando a chiedermi cosa sia mai successo.

Mia madre entra nella stanza e mi porge il telefono, con un’espressione triste: “E’ Christian”. Prende tra le sue braccia Chris, che a malincuore debbo lasciare per rispondere al telefono.

“Ciao”. La mia voce è ancora roca per le lacrime. Mi asciugo il viso col palmo della mano, rabbrividendo.

“Cazzo, per fortuna stai bene!” Avverto la tensione e l’angoscia nella sua voce e vorrei poter superare d’un balzo la distanza che ci separa per confortarlo – e perché lui faccia altrettanto con me.

“Collins mi ha appena informato. Sono stato in trattative con i coreani fino a tardi questa sera. Merda, Ana, se fosse successo qualcosa a te … a Chris … non lo so …”. So che si sta mettendo le mani tra i capelli, e forse li sta afferrando per la frustrazione. “Per fortuna Collins era lì!”

Questo spiega perché non lo ho sentito per tutto il giorno, ma ora non è certo quello il mio problema.

“Cosa è successo? Sono appena tornata a casa dal lavoro, ho visto …” Tremo ancora al solo pensiero del panico paralizzante che mi aveva agghiacciata. “Ho visto mia madre e Collins sul pianerottolo con la polizia e ho pensato … ho pensato …”. Inizio di nuovo a piangere, incapace di esprimere la cosa terribile che avevo temuto fosse successa.

“Zitta, baby, lui sta bene, tu stai bene, ssshhhh. State entrambi bene” Lui ha questa straordinaria capacità di dire sempre ciò che ho bisogno di sentirmi dire quando sono in difficoltà e di leggermi dentro dandomi sollievo, senza curarsi delle sue paure.

Calmandomi tiro un prezioso respiro di sollievo e mi concentro per rimettermi in sesto mentre le sue parole e la sua voce riecheggiano dentro di me riportandomi alla realtà – e in quel momento sento ancora una volta che lui è quella metà che mi manca per essere completa.

“Cosa è successo?” Senza il peso delle mie lacrime recenti mi sento più vicina a lui.

Lo sento tirare un sospiro mentre si costringe a raccontarmi cosa è successo. “C’è stato un tentativo di entrare nel tuo appartamento”. Resto senza fiato mentre mi porto la mano alla base del collo.

“Collins se ne è accorto attraverso la telecamera a raggi infrarossi. Ha seguito il protocollo e si è prima di tutto accertato che tua madre e Chris fossero al sicuro, lontani dal pericolo, poi ha aspettato nella tua camera da letto per catturare l’intruso, ma prima che questo entrasse dalla finestra si è accorto di cosa stava accadendo … uhm …” si schiarisce la gola, cercando le parole “il tuo pittoresco vicino – Miss Dee – che gli ha dato la caccia, mettendolo in fuga”.

A casa mia, nella mia camera da letto, mentre mio figlio e mia madre erano lì! Merda!

“Come fai a dire che l’intruso era un uomo? Collins lo ha visto in faccia?” Le domande convulse che mi lacerano il cervello si riversano fuori, tutte in una volta.

“Collins pensa che la corporatura fosse senza dubbio quella di un uomo, era vestito di nero e indossava un passamontagna. Se solo Collins lo avesse potuto acciuffare …” la nota di rammarico nella sua voce è evidente “lo avremmo identificato e avremmo capito se c’è un collegamento …” si blocca, ma so quello che avrebbe voluto dire.

“Se c’è un collegamento tra questo episodio e quello che è successo nel tuo ufficio?” Io finisco la frase per lui, rifiutando di essere tenuta nella bambagia, al riparo dalla verità. Io posso forse sembrare coraggiosa, ma la mia voce rivela lo stato di shock totale in cui verso.

Merda!

“Sì.” In quella sola parola avverto tutto il suo rammarico, la sua frustrazione e la sua paura per noi. La sua vulnerabilità contrasta con i suoi abituali modi autoritari.

Un pensiero sorprendentemente chiaro mi illumina la mente. Mi rendo conto che questo è il momento decisivo. Posso mettere a frutto quella recente trasformazione che mi ha portata ad essere più conciliante e remissiva e a modificare quel deleterio modo in cui agivo in passato, oppure posso lasciarmi scivolare nell’usuale routine di paura e dubbio cui la mia scarsa autostima è così desiderosa di aggrapparsi. Quella stessa scarsa autostima che mi ha sempre fatto ritenere di non essere la donna giusta per lui, quella stessa che ora invece mi fa capire che Christian, nel suo subconscio, mi vuole – anche se apparentemente mi respinge invece di avvicinarsi a me.

Il cambiamento che avverto in me mentre valuto queste prospettive è quasi fisico: come la proverbiale Fenice che risorge dalle ceneri mi sento del tutto rinnovata – anche nel modo di comportarmi. Quello che era incongruente si trasforma divenendo congruente, il cuore e il ragionamento, infine, si fondono in un tutto unico. Il mio subconscio e la mia dea interiore guardano ad occhi spalancati il mio nuovo modo di essere, mentre una sconfinata calma ci avvolge con la sua coperta rassicurante. Metto me stessa da parte e mi accingo a prendere una decisione diversa dal mio solito dimenticando del tutto il rimpianto, il senso di colpa e il dubbio: a questo punto prendo la mia decisione basandomi esclusivamente su ciò che è meglio  per Chris e per Christian, Proprio qui, proprio ora.

La mia testa pensa come risolvere il problema e la nuova Ana 2.0 prende il sopravvento. “Quando pensavi di mandare il jet qui, in Georgia?” Formulo la mia domanda in modo chiaro ed esplicito.

Gli ci vuole solo un secondo per capire il cambio di marcia: “E’ già lì, Ross è arrivata nel tardo pomeriggio per una riunione che si terrà domani”.

“Possiamo anticipare la partenza?” Non ho idea di cosa potrà dire Christian, ma sono sicura che troverò un modo per convincerlo.

“Aspetta un attimo, Ana”. Sento che parla con qualcuno, forse comunica il cambiamento di piano a Taylor – presumo – per poi tornare da me: “Quanto tempo ti ci vuole per fare i bagagli?”

“Mezz’ora e un’altra mezz’ora per raggiungere l’aeroporto”. Sto già facendo mentalmente l’elenco di quello che devo mettere in valigia. Dedicarmi all’organizzazione della partenza è una buona cosa, perché mi permette di evitare di pensare a quello che è successo e a come mi sento in pericolo.

Sento che parla di nuovo a Taylor e che gli abbaia le sue istruzioni. Controllo l’ora e calcolo che il nostro nuovo orario di partenza saranno circa le 2 di stanotte. Io non voglio restare qui un attimo di più – sono impaziente, mi affretto con energia eccessiva semplicemente per allontanarmi in fretta da qui. Ho la pelle d’oca e avverto ciechi occhi che mi guardano, anche se so di essere sola. Se il mio subconscio avesse il coraggio di parlare in questo momento mi definirebbe paranoica.

“E’ tutto fatto, Ana: il jet partirà alle 02:15 e Taylor e io vi verremo a prendere all’aeroporto”.

“Va bene”. Traggo un lungo respiro, sollevata per la tregua momentanea che la notizia porta con sé. “Grazie, Christian”. Chiudo gli occhi e mi massaggio le tempie con l’indice e il pollice.

“Non c’è di che, è il minimo che possa fare”. Tacitamente, lui conferma il mio sospetto che sia probabile che i due incidenti siano in qualche modo collegati.

“Tu non sai che importanza ha per me quello che hai fatto”. Vorrei potergli esprimere la mia gratitudine faccia a faccia.

In risposta, lui emette solo un suono indistinto da cui traspare la sua incapacità di pensare qualcosa di positivo di se stesso, ma è chiaro che non vuole discutere così devia abilmente ricordandomi cosa devo fare. “È meglio che tu vada.”

“Dovrei”, sussurro, ma nessuno dei due riattacca il telefono, sperando di prolungare per un po’ questo straordinario attimo insieme.

Collins entra nella stanza e mi indica l’orologio, è ovvio che è già a conoscenza del cambio di programma: “Miss Steele, se deve fare le valigie il tempo stringe”. Il momento con Christian finisce di botto, lasciandomi depressa e angosciata.

“Ci vediamo a Seattle.” Mi schiarisco la voce per nascondere le lacrime.

“Ti aspetto”. Termino la chiamata cercando di non soffermarmi a pensare a quello che possono sottendere le sue parole, sull’aereo avrò un sacco di tempo per pensarci.

I successivi venti minuti passano in un baleno: ho appena il tempo di gettare le cose in valigia per poi precipitarmi sotto la doccia.

Mia madre si trattiene fino all’ultimo minuto con noi poi stringe Chris e me in un abbraccio. Respingo ai margini della coscienza le ombre oscure che si aggirano nella mia mente. “Ti voglio tanto bene, Ana, cerca di stare al sicuro e per favore, per favore, vedi di sistemare le cose con Christian”. Bacia Chris e poi si gira bruscamente e scivola nel SUV, accanto a Carl. So che sta facendo buon viso a cattivo gioco e che si sforza di trattenere le lacrime.

Collins si mette alla guida del potente veicolo e senza por tempo in mezzo raggiungiamo l’aeroporto. Quando saliamo sull’aereo sento un bisogno disperato di parlare con mio padre. Finora ho evitato di chiamarlo perché so che dovrò confessargli quello che ho fatto e dirgli che Christian è tornato a far parte delle nostre vite. Nonostante la confessione che dovrò affrontare, la sua forza tranquilla è quello di cui ho bisogno in questo momento e la nuova Ana 2.0 è più coraggiosa di me.

Le tre ore di differenza significano che a Montesano non sono ancora le 11:00 di sera. Sono certa che, essendo venerdì notte, lui sarà sveglio e starà guardando una qualche partita.

Sistemo Chris, che è ancora addormentato, nella poltrona in pelle del jet e prima del decollo faccio la mia telefonata. Le lampade nella cabina sono quasi tutte spente e guardo fuori dai finestrini le luci di Savannah.  Da qualche parte là fuori c’è qualcuno che vuole farmi del male – o farci del male. Collins è rimasto a bocca chiusa con me, ma lui mi ha detto che il comportamento dell’intruso sapeva di premeditazione, che non era opera della criminalità comune. Il mio cervello ripensa a queste sconcertanti informazioni mentre aspetto la risposta di Ray.

“Annie, stai bene?” Mentre mi saluta, il calore e la preoccupazione traspaiono dalla sua voce familiare; come al solito lui centra il problema.

“Papà! Mi dispiace che sia così tardi ma dovevo sentire la tua voce. Sto bene, stiamo bene”. Lascio andare un respiro tremante e mi rilasso al mio posto, immersa nel calore del suo rassicurante amore per me.

“Che c’è Annie, sai che non puoi nascondere nulla al tuo vecchio.”, mi ammonisce con calma, mi conosce troppo bene.

“Oh papà, ho così tante cose da dirti, ma non ora, non al telefono. Volevo solo farti sapere che Christian è tornato nella nostra vita, ed è una buona cosa, e che ho davvero incasinato le cose prima, ma adesso ho intenzione di fare la cosa giusta. Chris e io stiamo andando a Seattle, trascorreremo del tempo con lui, rimetterò tutto a posto”.

“”Ehi Annie, non tirarti indietro, adesso. Christian è tornato nelle vostre vite? Dopo il modo in cui ti ha trattata?” Avverto l’emozione nella voce di Ray e so che deve essere davvero arrabbiato se la lascia trasparire.

“Oh papà,” sospiro e cerco di spiegargli velocemente come stanno le cose. “Christian non mi ha mai trattata male, papà”. Mi soffermo un attimo per lasciare che afferri le mie parole.

Ray rimane in silenzio dandomi l’occasione di continuare. “Quello che ti ho detto su di lui, che non voleva il bambino, non era vero. Ero così spaventata – terrorizzata, addirittura, e non credevo che avrei mai potuto dargli quello che voleva. Non volevo che mi lasciasse,  così me ne sono andata io”. L’avere ammesso la mia colpa mi fa sentire meglio, il senso di oppressione che provavo si libra nell’aria come fumo trovando finalmente la sua strada.

“Porca miseria, Annie, lui lo sa?” La totale incredulità di Ray filtra attraverso il tono della sua voce.

“Che ha un figlio? Sì, adesso lo sa. Casualmente ci siamo incontrati e quando ha visto Chris …”. La mia voce si affievolisce, Ray sa quanto Chris assomiglia a suo padre, che avrebbe dovuto essere cieco per non fare due più due.

“Porca miseria”, ripete, in realtà Ray è stordito. “Tu sai, Annie, che quando voi ragazzi vi siete voluti sposare così presto dopo esservi conosciuti io avevo pensato che tu facessi le cose troppo in fretta, ma poi, quando ho visto il modo in cui ti trattava, mi ero reso conto che stavi facendo la cosa giusta. Non riuscivo a capire come avesse potuto rifiutare te e il bambino, mi era sempre sembrato così strano. E mi sono a lungo tormentato per aver sbagliato a giudicarlo, adesso tutto sommato sono contento perché capisco che invece non mi ero sbagliato su di lui”

“Sei arrabbiato?”, chiedo a bassa voce come per prepararmi alla sua risposta.

“Accidenti, certo che sono furioso! Che cosa pensavi, Annie? Tu senza un marito, Chris senza un padre e … cavolo … tu e Jose?” Perde veramente i gangheri mentre si fa il quadro completo e chiaro del mio inganno e della mia stupidità. La sua voce, normalmente calma e misurata, è molto più forte del solito, la forza della sua rabbia mi colpisce come un pugno nello stomaco.

“Su quante persone ha inciso il tuo comportamento, Annie, ci hai pensato? Cosa ne dice la tua povera mamma?” Continua a sbraitarmi nell’orecchio per ben dieci minuti. Nel profondo mi sento sollevata per avere ammesso alla luce del sole la mia responsabilità in questo casino. Merito di essere biasimata e punita per la mia insensatezza, quindi accetto i rimproveri, felice della paternale di Ray: è il minimo che mi merito.

Mi giro perché qualcuno mi batte sulla spalla. L’assistente di volo mi indica che devo terminare la telefonata, ovviamente stiamo per decollare. Ray continua a dirmi quanto sono stata irresponsabile e che non avrebbe mai pensato che io potessi essere così stupida, quando devo interromperlo. “Ascolta, papà, lo so, mi dispiace. Non so cosa dire e ti prometto che ti chiamerò presto, ma stiamo per decollare, volevo solo dirtelo. Mi dispiace”.

Lo sento emettere un lungo respiro: “Va bene Annie. Però non ho ancora finito e quando mi chiamerai ti dirò tutto il resto, ma lasciami dire questo prima di riattaccare. Non lasciartelo scivolare tra le dita: se hai la possibilità di risolvere questo problema e di trovare di nuovo il suo amore, non rovinare tutto!” Il suo rimprovero burbero mi ricorda che sta parlando per esperienza: gli pesa ancora sulla coscienza come sono finite le cose tra lui e mia madre.

“Non lo farò, papà.” Il mio volto è in fiamme per la vergogna mentre lui, in risposta, emette un grugnito. Mi auguro che avverta quanto sono determinata a sistemare le cose.

Mi infilo al mio posto e riprendo a guardare le luci notturne di Savannah, i miei pensieri ribollono in un’agitata confusione. La nuova Ana 2.0 ha il suo bel da fare. Per fortuna le fatiche estenuanti della giornata prendono il sopravvento e cado in un sonno profondo e senza sogni.

Apro gli occhi e vedo l’abbagliante sorriso dell’hostess che mi batte leggermente sulla spalla: “Miss Steele, atterreremo in quindici minuti circa”. Mi porge un bicchiere di succo d’arancia ghiacciato e lo mando giù con gratitudine. Guardo il sedile di Chris e lo trovo vuoto. Una paura irrazionale mi prende e salto  su d’un balzo solo per vedere che è seduto di fianco a Collins, davanti a un tavolino. Le loro teste sono vicine e Chris sta ridacchiando.

Uff!  Ho bisogno di governare meglio le mie emozioni, mi lascio andare troppo alla paranoia e al panico.

Lo bacio e lo abbraccio forte mentre vado alla toilette. “Grazie per avere badato a lui, Collins”. Mi commuove quello che ha fatto, mi commuove che mi abbia lasciata dormire e si sia preso cura di mio figlio.

Le punte delle orecchie  gli diventano rosse e rivolge verso il basso lo sguardo: “Non c’è problema”. Gli do il tempo di ricomporsi perché vado a rinfrescarmi. E’ dolce e inaspettato che un uomo così grande e grosso abbia un cuore così sensibile: non posso fare altro che farlo salire di alcuni gradi nella mia considerazione.

La cosa fantastica di un aereo privato è che il bagno è molto più grande di quello di un jet commerciale e posso lavarmi i denti, cambiarmi e rimettermi a posto in tutta comodità. Sono sollevata di scoprire che, nonostante la notte precedente, sembro riposata. Mi infilo in un abito rosso di maglia, aderente e con le maniche lunghe, e calzo delle scarpe rosse a pois neri, col tacco alto. Le scarpe mi piacciono perché aggiungono un tocco di allegria all’abito e anche perché gli alti tacchi conferiscono alle caviglie un aspetto delicato. Mi trucco in maniera leggera e spazzolo a lungo i capelli, tenendo la testa piegata in avanti. Voglio che siano luccicanti e rigonfi.

Tiro poi indietro i capelli e mi spruzzo una generosa dose di profumo.  Nello specchio controllo il mio sedere per vedere che le mutandine di pizzo non si intravedano sotto il vestito aderente. Il reggiseno crea una curva piacevole che mostra un po’ di decolleté, stuzzicante – spero. Dovrò indossare un cappotto, ma lo lascerò aperto perché, sotto, si veda l’abito rosso.

Quando riprendo Chris da Collins, sono contenta di accorgermi che spalanca gli occhi, meravigliato per il mio aspetto. Spero di avere lo stesso effetto su Christian. Porto Chris in bagno e gli do una lavata veloce, prima di cambiarlo d’abito.

E’ la prima volta che lui indossa una giacca imbottita ed è entusiasta di mettere questa strana cosa. Di solito non c’è alcun bisogno di cose calde come questa, a Savannah.

“Guarda i miei muscoli, mamma!” Gonfia i muscoli delle braccia, che le maniche imbottite della giacca fanno sembrare più grossi. I suoi occhi sono socchiusi per lo sforzo, mentre trattiene il respiro per flettere i suoi piccoli bicipiti.

“Wow amico, guardati! Sembri un super eroe!” Faccio una risatina, incitandolo a gonfiare ancora di più i suoi muscoli.

“Ti proteggerò, mamma! Io sono forte!” Le sue parole mi colpiscono come pugni! Immagina forse che potremmo essere in pericolo? Questo è esattamente quello che volevo io, cioè proteggere lui.

Mi lascio cadere in ginocchio davanti a lui per guardarlo direttamente negli occhi. “Perché io ho bisogno di protezione, secondo te?” Mantengo un tono giocoso per assicurarmi che non tenga la bocca chiusa.

“Perché tu sei una femmina e le femmine non sono forti!” La sua risposta è semplice e non vedo motivo per pensare che lui avverta alcun pericolo.

Confortata, rido e lo prendo in braccio: “Se non fossi forte, potrei fare questo?” Lo tengo per i fianchi e torniamo di corsa ai nostri posti. Felice, lui lancia dei piccoli strilli e mi grida di andare più veloce.

Ci sediamo entrambi, senza fiato e sorridenti. Come ogni madre è conscia di quanto siano preziosi e fragili i propri figli, anch’io sono consapevole che l’amore che provo per lui comporta la paura che gli possa capitare qualcosa.

Collins scende dall’aereo, Chris ed io lo seguiamo. L’argentea Q7 e due neri SUV sono parcheggiati proprio a due passi. Dalla cima della scaletta vedo cinque uomini disposti a semicerchio a intervallo regolare, tutti vestiti di nero, che impediscono a chiunque di avvicinarsi all’aereo e si guardano attorno in un atteggiamento da agente segreto. Al centro ci aspettano Christian e Taylor, con lo sguardo intensamente fisso su di noi. La luce del mattino comincia appena a farsi strada e tutta la scena ricorda l’arrivo di un capo di stato.

Oh, Fifty non ha voluto correre rischi. Guardando il numero di uomini qui in attesa, mi chiedo se lui mi ha detto davvero tutta la verità sulla ‘situazione’.

Discendo il primo gradino tenendomi al corrimano, mentre do l’altra mano a Chris. Christian si dirige verso di noi, con un’espressione indecifrabile. Il vento solleva il mio cappotto facendolo svolazzare selvaggiamente e rivelando il mio vestito. Dovrei sentire il morso dell’aria gelida, ma il mio sguardo è bloccato in quello di Christian e io avverto solo la nostra vibrante connessione che si amplifica.

Come scendo l’ultimo gradino e poso i piedi sulla pista lui ci avvolge entrambi in un abbraccio. Mi passa il braccio destro dietro la schiena e mi raccoglie i capelli in una coda di cavallo sulla nuca per impedire che il vento li faccia volare di qua e di là. La sua mano sinistra abbraccia Chris, che gli si stringe alle gambe. Giro la testa e mi abbandono al suo abbraccio, con la testa sotto il suo mento e la guancia contro il suo petto. Il mio braccio si appoggia alla sua schiena e cerco a mia volta di schiacciare il suo corpo contro il mio. Chiudo gli occhi, lasciandomi andare al calore che promana da lui. Lui affonda il naso tra i miei capelli e rimaniamo così – non ci importa di nulla in questo momento.

Chris si inquieta e cerca di liberarsi dalla stretta di Christian; proprio mentre Christian posa lo sguardo su Chris percepisco sul suo volto l’emozione allo stato puro, il che mi fa quasi uscire l’aria dai polmoni.

Afferra Chris sotto le braccia e lo solleva in aria prima di appoggiarselo al fianco, poi appoggia con dolcezza il pugno sotto il mento del bambino facendo finta di colpirlo: “Ciao amico, come stai?”

Chris risponde con un sorriso a trentadue denti: “Andiamo in barca a vela?”

Christian getta indietro la testa e ride: “Vuoi andare in barca a vela?”

Duh!

Stando in braccio a Christian, Chris si gira a guardarmi: “Mamma, possiamo andare in barca a vela? Possiamo per favore? Tu non devi venire se hai troppo freddo”.

E’ il mio turno di sorridere: “Dipende, dolcezza, se Christian ha tempo e se la cosa è abbastanza sicura”. Io rimbalzo la decisione a Christian, per fargli capire che ho ben presente l’importanza della sicurezza. Gli occhi di Chris cercano con ansia quelli di Christian e l’immagine di loro due insieme mi stringe il cuore.

“Mmmh …” Christian si tira il mento fingendosi dubbioso. “Vedrò cosa posso fare”. Un cipiglio serio completa la messa in scena per Chris e io so già che, anche se non faremo niente altro, andremo sicuramente in barca a vela.

Chris batte le manine dalla gioia, avendo già capito che sarà accontentato. Christian attira la mia attenzione con un sopracciglio alzato, sorpreso e divertito che la sua sceneggiata non abbia tratto in inganno questo bambino esuberante.

In risposta mi limito ad alzare le spalle, rivolgendogli un sorriso complice. Chris è già riuscito a portare Christian – il severo amministratore delegato – proprio dove vuole.

“Andiamo?” La domanda non si adatta all’espressione del suo volto: sembra confuso, perplesso, e mi guarda per un attimo di troppo. “Tu sembri … diversa”, e corruga le sopracciglia in una smorfia interrogativa.

Sorrido e annuisco, mentre ci dirigiamo alla macchina. Con mia grande sorpresa sento la mano di Christian appoggiarsi sul fondo della mia schiena per guidarmi verso la Q7 in attesa. Il suo tocco, pur leggero, accende il fuoco che arde sempre dentro di me quando lui mi è vicino. Il mio corpo è impotente e risponde automaticamente, mentre mi viene  la pelle d’oca e sento contrarsi i miei capezzoli che divengono duri, quasi punte acuminate.

Apre la porta e infila dentro Chris, poi ridacchiando incontra con lo sguardo Taylor alla porta dell’altro passeggero, in attesa di fissare Chris al seggiolino. Mi avvicino subito, ma prima che io possa entrare Christian mi appoggia la mano sul braccio e io alzo gli occhi, immergendomi in quello sguardo grigio pieno di significato.

“Hai freddo, Anastasia?” Il suo tono sommesso è indirizzato solo a me ma avverto in essa una corrente sotterranea, forse anche un tentativo di corteggiamento.

Eh?

“Uhm, no.” Mi aspetto che lui mi lasci andare ma siccome non lo fa seguo la direzione dei suoi occhi socchiusi e abbasso lo sguardo su di me. In un solo secondo il mio viso si abbina perfettamente al mio vestito rosso perché mi rendo conto che si sta riferendo ai miei capezzoli eretti che spuntano attraverso il tessuto leggero del mio vestito.

“Gah” Io resto senza fiato alla sua audacia e lo colpisco con forza, cercando di liberarmi dal suo braccio, ma i suoi riflessi fulminei me lo impediscono e lui mi cattura facilmente il polso. La sua stretta d’acciaio mi ricorda il potere che esercita sul mio corpo. Vedo una tempesta scatenarsi nel grigio dei suoi occhi e a testa alta incontro il suo sguardo.

Immediatamente sento l’umido tra le cosce e il battito del mio cuore accelera, facendo affluire il sangue nel mio corpo innamorato. Mi mordo il labbro quindi la mia bocca si rigonfia in un pieno sorriso solo per vedere che in risposta le sue pupille si dilatano.

Nella mia testa faccio una piccola danza di vittoria quando lui è il primo ad allontanare lo sguardo, mentre una mano sconcertata gli scivola tra i capelli quando mi dirige alla macchina. “Entra”.

Prendo il tempo che mi occorre per entrare e dapprima dondolo le gambe passandomi lentamente una mano lungo il vestito per lisciarlo sopra le cosce, fino al ginocchio.

Christian ha un braccio piegato sul tetto della vettura e con l’altro si appoggia sulla parte superiore della portiera: “So quello che stai facendo”. Guardo il suo pomo d’Adamo che va su e giù, mentre lui ingoia a fatica.

“Sto solo facendo quello che mi stai dicendo di fare, entro in macchina”. Io gli do un’occhiata attraverso le ciglia, sorridendo dolcemente. E’ vero, però, che non avevo nessuna intenzione di creare questo inaspettato momento sensuale, ma non posso dire che mi dispiaccia. La mia dea interiore è felice.

I suoi occhi si spalancano non appena sente la mia risposta, ripercorrendo gli ultimi tre minuti nella sua testa mentre cerca un fallo in quello che ho detto, ma non lo trova. “Un punto per te, ben fatto”, dice più a se stesso che a me. Sorride con un sorriso mesto scuotendo la testa prima di chiudere la portiera.

Lasciamo l’aeroporto, con la Q7 piazzata al centro del convoglio di tre auto. Non appena arriviamo all’Escala comincio a sentirmi nervosa. Mi chiedo se Gayle  e Sawyer lavorano ancora per Christian. Temo il loro giudizio. Almeno il primo incontro con Taylor è superato, ma ho ancora un lungo cammino da percorrere prima di superare il problema con tutti gli altri.

L’altra cosa che mi preoccupa è dire a Chris che Christian è suo padre, cioè il motivo vero che ha provocato la nostra visita. Bisogna decidere come glielo diremo e bisognerà vedere quale sarà la sua reazione.

Le chiacchiere allegre di padre e figlio non servono a diminuire la mia crescente tensione. Quando ci fermiamo nel garage sotterraneo comincio a dubitare di avere fatto bene a venire a Seattle.

L’ascensore si apre al nostro arrivo all’attico e Chris non esita a fiondarsi nel grande salone. Christian lo segue con ansia a grandi passi, senza dubbio per accertarsi che sia sicuro, e mi lascia entrare da sola.

La familiarità dell’odore mi fa sentire a casa. La cosa è confortante e contemporaneamente stridente e un’ondata di lacrime sgorga dai miei occhi mentre sento la gola in fiamme. Sono felice di essere sola, non c’è alcun segno del personale, nuovo o vecchio che sia, e Christian sta mostrando a Chris la vista spettacolare. Attraverso la sfocatura delle mie lacrime rivedo il pianoforte, la cucina, i quadri e tutti i ricordi che questi oggetti mi portano alla mente. I ricordi si infrangono nella mia mente, ognuno vuole catturare la mia attenzione mentre io mi perdo in loro.

“Anastasia?…” La voce di Christian mi coglie quasi in trance.  Mette il dito sotto il mio mento, facendomi alzare il viso. I miei occhi tornano a mettere a fuoco ciò che ho davanti, mentre dolcemente lui mi asciuga una lacrima con il pollice: “Cosa c’è che non va?”

“Mi dispiace, Christian. L’ho già detto prima, ma non sono sicura di averti fatto capire come mi sento, come mi dispiace. “

La sua bocca si indurisce: “Abbiamo detto tutto quello che c’è da dire, Ana, siamo entrambi dispiaciuti.  Dobbiamo andare avanti, inutile rivangare il passato”. Le sue mani calde si posano dolcemente sulle mie spalle e le mie labbra traditrici mostrano il desiderio di essere baciate.

Chris si getta tra le mie gambe e mi fa quasi cadere. Per non cadere mi appoggio sull’avambraccio di Christian e sento svanire in un attimo  il nostro momento magico.  ”Mamma, questo è un castello?”

“No, piccolo, è solo un appartamento come il nostro ma molto grande, ed è molto in alto, quasi a toccare le nuvole.” Io mi dirigo verso la parete di vetro per mostrargli le nuvole che sembrano a portata di mano.

“Vuoi vedere la tua stanza?” Christian è al nostro fianco. Vedo che è nervoso e che cerca di relazionarsi nel modo giusto con Chris.

“Yeah!” Lui afferra la mano di Christian e lo trascina indietro, verso l’appartamento. Li seguo con entusiasmo, curiosa di vedere che cosa ha fatto Christian per la camera di Chris.

Ci sono due camere da letto, lungo il corridoio che porta alla camera di Christian, e lui ci conduce nell’ultima stanza. Apre la porta e ci fa entrare in un luogo che pare una fantasia marinara. Per una volta Chris resta senza parole, tiene tutto dentro. La stanza è principalmente blu scuro e bianco, con dettagli rossi, gialli e argento. Il letto ha la forma di una barca e come testiera c’è un albero con due funi su entrambi i lati, ornate con piccole bandiere triangolari. Inoltre, la camera è decorata con portali finti e con ancore. I giocattoli sono contenuti in un forziere dei pirati ed è questa la cosa da cui Chris parte quando i suoi piedi storditi gli permettono finalmente di muoversi.

Io sbircio Christian che guarda Chris e gli tocco il braccio per richiamare la sua attenzione. “Gli piace”, dico facendo una risatina.  ”E piace anche a me, è bellissimo, grazie”.

Un sorriso mozzafiato appare sul suo volto: “Davvero?”

Annuisco con entusiasmo, non osando parlare. E’ evidente  che sta riflettendo e, oh, la cosa è davvero travolgente. Questo è troppo bello.

“Devo mostrarti la tua stanza?” Lui inclina la testa in atteggiamento di domanda, con un sorriso sulle labbra che mi fa sentire un battito d’ali nel ventre. Annuisco, ma ancora una volta non sono in grado di staccarmi dal suo sguardo.

Lui mi libera il labbro dall’assalto dei denti e mi sposta una ciocca ribelle di capelli dietro l’orecchio.  ”Non farlo”, mormora cupamente e gira sui tacchi.

Lasciamo Chris assorto nel suo scrigno pieno zeppo di nuovi giocattoli. Dopo pochi passi lui si ferma davanti alla mia stanza, che è proprio accanto alla sua.

Oh boy! Avrei dovuto incatenarmi a questo letto in modo da non allontanarmi dalla porta accanto … Oppure avrei dovuto convincerlo a farlo, ironizza giocosamente la mia dea interiore, indicando Christian.

Lui apre la porta ma rimane fuori, per permettermi di entrare per prima. La camera è nello stile del resto della casa: linee pulite, decorazioni di fresco lino azzurro. Ispira serenità, e sono infinitamente grata che non mi abbia assegnato la stanza delle sottomesse, al piano superiore. Una enorme decorazione di fiori freschi riempie la stanza di un profumo inebriante.

“Wow, è deliziosa, Christian, grazie”. Mi avvicino ai fiori per sentire tra le dita i delicati petali e per  odorare il loro profumo squisito. Mi chino su di loro, inalando profondamente.

“Sì, ho pensato che ti sarebbero piaciuti”; si ferma per un attimo poi continua con quel sorriso ironico ancora sul viso: “Chi hai detto che ti ha mandato i fiori quando siamo tornati dalla Florida?”

“Uhm ..” esito, dimenticando per un attimo ciò che ho detto circa i fiori che mi ero inviata da sola “è stato un amico, un collega di lavoro” dico senza sbilanciarmi troppo. Gli volgo le spalle fingendo di annusare i fiori, per nascondere il mio rossore strisciante.

Cosa vuole dire con questo? Sento nelle orecchie il battito frenetico del mio cuore.

Si ferma alle mie spalle.  Sento il suo respiro caldo da dietro, mentre appoggia le sue labbra al mio orecchio: “Se volevi dei fiori, Anastasia, dovevi solo dirlo”. Il suo sussurro seducente mi fa immaginare il sorriso malizioso che senza dubbio gli sarà affiorato sulle labbra.

4 thoughts on “Capitolo 12

  1. marina says:

    “Sento il suo respiro caldo da dietro, mentre appoggia le sue labbra al mio orecchio: “Se volevi dei fiori, Anastasia, dovevi solo dirlo”. Il suo sussurro seducente mi fa immaginare il sorriso malizioso che senza dubbio avrà sulle labbra.”
    O mio Dio!! Che dolce:-)
    Grazie Paola e grazie Monique 🙂

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  2. carla says:

    veramente fantastico amo questa storia!!! monique e davvero una persona speciale ha catturato cosi bene l’anima di christian e anastasia e li ha resi suoi sei un talento monique grazie per condividere con noi la tua storia!!! paola il tuo lavoro e divino spero che non ti fermerai mai un bacio!!!

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