Capitolo 13

Il mio corpo si irrigidisce, mentre resto china sui fiori con la sua bocca vicina all’orecchio. Se riesco a sentire il mio cuore martellare, sicuramente può sentirlo anche lui!

Come diavolo ha fatto …? Ma lo so già – è il solito stalker del cazzo!

“Uhm … non sono sicura di quello che vuoi dire”. Negare, negare, negare! La mia dea interiore grida in preda al panico selvaggio, ma già sento crollare i frammenti della mia fragile speranza.

Il calore della sua salda presa sulle mie spalle mi arriva dritto al cuore mentre lui mi gira verso di sé. Un compiaciuto sorriso malandrino è stampato sulla sua bocca sensuale, confermando quello che temo. Col sopracciglio inarcato in aria interrogativa e con la testa inclinata mi sta offrendo una seconda possibilità di rispondere alla domanda, pur se è anche troppo evidente che lui conosce già la verità.

Vuole sentirmelo dire ad alta voce, vuole che io ammetta apertamente cosa ho fatto.

Urrrrg! Bastardo!

“Sì, mi sono inviata dei fiori”. Mi drizzo in piedi e sollevo le spalle, poi guardo in alto verso di lui e incontro il suo sguardo con il mio sguardo fermo. Non otterrei nulla mostrandomi arrendevole, in situazioni come questa, e dunque mi lascio andare alla rabbia, che può essere la mia unica salvezza.

Ho un’ispirazione e prendo al volo l’opportunità di ribaltare la situazione, allontanando da me l’attenzione. “Come fai a saperlo?”, gli chiedo con tono pungente.

Uno sguardo stanco sostituisce quello compiaciuto. “Ho incaricato Welch di controllare ed è emerso che il pagamento era stato fatto con una carta di credito a tuo nome”. La sua bocca si piega in una linea sprezzante e lui alza le spalle – come se fosse la cosa più normale al mondo incaricare i propri dipendenti  di investigare sugli omaggi floreali ricevuti dalle proprie ex.

“Te l’avevo detto” – è il mio subconscio a parlare, e ora mi dispiace profondamente non avergli dato retta. A volte sono così stupida!

“Non posso credere che tu abbia fatto una cosa del genere! E’ una gravissima violazione della mia privacy!” Attenta ora, non esagerare!

“Non fare finta di esserne sorpresa”. Ha assunto un tono accusatorio per mettersi sulle difensive, il suo sguardo si è rabbuiato ed è sul punto di esplodere dalla rabbia. “Mi conosci abbastanza bene per sapere che io intendo prendere informazioni su chiunque cazzo mostri un interesse per te. Inoltre, come facevo a sapere se chi ti aveva mandato i fiori – ammesso che tu li avessi veramente ricevuti in omaggio …” si ferma un attimo per rivolgermi uno sguardo caustico  e sottolinea le parole insistendo sulle singole sillabe “non era un folle maniaco?”

Vado su tutte le furie. “Allora, che cosa hai intenzione di fare al folle maniaco che mi ha mandato questi fiori?” Sto quasi gridando e scaglio verso l’alto il braccio, verso il soffitto della stanza, in maniera aggressiva.

Sembra essere stato preso alla sprovvista dal mio sfogo, così tenta di farmi ragionare. “Sto solo cercando di proteggerti, Ana”, e si passa una mano tra i capelli.

Per un attimo penso che la nostra conversazione sia arrivata al termine e comincio a lasciare defluire la rabbia, ma lui mi sorprende cambiando di nuovo umore: assisto impotente al dilagare improvviso della sua collera.

Uh-oh!

“Cosa volevi dimostrare, Ana?” Il suo respiro si è fatto più veloce e apre e chiude di continuo entrambe le mani. “Che avevi una fila di corteggiatori, che non hai bisogno di me?” La sua voce è dolce come il burro, e lui trattiene a malapena la sua rabbia.

Oh merda! Il mio cuore si scioglie e precipita in fondo ai piedi: mi rendo conto che anche in questo momento il suo disprezzo per se stesso non gli consente di vedere ciò che è ovvio. La nuova Ana 2.0 sta per farmi ammettere le mie responsabilità.

“Stavo cercando di farti ingelosire … di fare ingelosire te!” urlo contro di lui. Subito dopo mi metto a piangere e le lacrime scendono a fiotti sul mio viso mentre gli batto entrambi i pugni contro il petto.

Mutevole come sempre, subito placa la rabbia e sulle labbra gli ricompare un sorriso ironico. “Oh, baby”, sospira. Con una mano mi prende entrambi i polsi e li tiene stretti contro di lui mentre fa scorrere il pollice dell’altra lungo la mia guancia, asciugandomi le lacrime. “Lo sai che non ho bisogno di aiuto in quel campo, in particolare quando la cosa riguarda te”. Le sue dita scivolano tra i miei capelli, dietro l’orecchio, e io mi appoggio al palmo della sua mano.

Siamo catturati nella nostra bolla – ancora una volta, e  il mio desiderio esplode in risposta.

“Non è il momento per un atteggiamento da “prendimi ora, prendimi ora”, perché adesso è il mio turno di ammettere le mie responsabilità”, dice con voce seducente e il suo sguardo è scintillante di umorismo.

Ma che diavolo?

Sono così stordita dalla nuova opportunità – ormai anch’essa svanita – e in aggiunta dalla sua presa in giro che torco i polsi per liberarli dalle sue mani e spingerlo lontano da me.

“Ammettere le tue responsabilità per cosa?” L’esasperazione e l’incredulità conferiscono alla mia voce un tono tagliente che non riesco a controllare, anche se vorrei disperatamente farlo.

Come fa a sembrare sempre così insensibile?

La sua espressione torna grave, come per tenere a distanza me e il mondo intero. Alza entrambe le mani in un gesto di resa. “Vieni, andiamo a fare colazione. Ne parleremo più tardi”.

Alzo le mani al cielo. “Certo!” Il tono sarcastico della mia risposta mi fa arrossire. Solo lui poteva pensare al cibo in un momento come questo. Come può anche solo immaginare che io possa mangiare, con una discussione di questo genere che incombe? Scuoto la testa e vado alla ricerca di Chris, lasciandomi dietro uno sconcertato Christian.

Lui e i suoi maledetti problemi col cibo!

Mi ci vogliono almeno cinque minuti per convincere Chris a uscire dalla sua nuova camera da letto, ma il richiamo del cibo finalmente ha la meglio sui nuovi giocattoli. Lo prendo in braccio e il suo chiacchiericcio eccitato riesce a calmarmi e distrarmi mentre ci dirigiamo in cucina.

Christian ha disposto sul bancone ogni ben di Dio per la colazione. Io mi sforzo di reprimere un sorriso ammiccante, è esattamente come quella prima mattina all’Heathman.

Ah, giorni felici …

Per fortuna il viso raggiante di Chris, inconsapevole della discussione di poco fa, e il suo chiacchiericcio eccitato riscaldano l’atmosfera tra me e Christian, che si era fatta gelida, e riesco a sgranocchiare un paio di cose senza che il mio stomaco protesti troppo.

Christian ha scelto sull’iPod una musica accattivante che mi sta aiutando a rilassarmi. E’ un remake di un vecchio successo degli Abba, ma questa versione è molto più lenta. La voce ansimante della cantante ha un tono tranquillo che rende la canzone sexy: “Dammi, dammi, dammi un uomo dopo la mezzanotte …”

Sì, grazie! Sono d’accordo con lei e immagino me stessa con gli occhi torbidi e le labbra rosse, con indosso solo lingerie di pizzo nero mentre accarezzo lentamente il corpo di Christian cantandogli questa canzone sensuale. I miei occhi seducenti gli fanno trattenere il respiro mentre …

“Ana? … Aaanaa?”

La mia visione svanisce e vedo invece la mano che Christian mi sta muovendo a mo’ di paletta  davanti alla faccia per attirare la mia attenzione.  Non c’è niente che io possa fare per nascondere la mia mortificazione mentre arrossisco violentemente contorcendomi sulla sedia, ben sapendo che lui si è accorto di quello a cui stavo pensando.

Ho davvero bisogno di tenere sotto controllo i miei  ormoni! Forse potrei sgattaiolare nella stanza dei giochi e cercare un vibratore a batteria che mi faccia compagnia stanotte.

Mi schiarisco la voce, “Mi dispiace … uhm, stavo pensando a qualcosa.” Abbasso gli occhi verso il mio piatto – fingendo un rinnovato interesse per il cibo.

Christian mi lancia un sorrisetto salace: “Immagino a cosa stavi pensando”.

Vorrei che almeno stavolta il mio corpo non mi avesse tradito in modo così evidente.

“Comunque, stavo dicendo che mi piacerebbe chiedere al dottor Shawn di venire domani anziché domenica, in modo da avere il pomeriggio libero per andare in barca a vela”.

“Lo sapevo che ci saremmo andati!”: Chris premia Christian con un sorriso infantile tanto elettrizzato che  potrebbe sciogliere le calotte polari e Christian glielo restituisce con gioia.

“Se sei certo che sia sicuro e non ci siano problemi” mormoro sottovoce, ancora infastidita con me stessa e con lui, per il fatto che mi conosce così intimamente.

Vedo la sua espressione sprezzante e mi sento crollare, sentendomi ancora confusa e ferita per la discussione. Lo attribuisco alla mancanza di soddisfazione sessuale – grazie a Mr Grey e ai suoi messaggi contrastanti!

“Va bene.” Il pensiero del dottor Shawn e Christian insieme mi illumina lo sguardo, sono così curiosa di vedere la reazione di Christian quando vedrà quanto è affascinante il dottore.

Christian inizia a riordinare i piatti. “E’ fantastico che abbia preso in cura Chris, è molto bravo nel suo campo. Sapevi che è stato con Medici Senza Frontiere fino all’inizio di quest’anno? Ha scritto tutti i suoi libri mentre lavorava in condizioni difficili in alcuni dei più poveri paesi del terzo mondo – Congo, Darfur, Haiti”.

Medici senza frontiere? Ecco che tutti i pezzi del puzzle vanno al loro posto. Capisco perché in tutte le sue foto su Internet sembra un uomo di Neanderthal, e questo spiega anche la presenza degli orribili occhiali: non posso certo pensare che una soluzione per lenti a contatto sia tra le priorità quando si opera nell’emergenza di un ospedale da campo.

E’ molto raro per Christian tessere le lodi di qualcuno e mi rendo conto che lo considera affine a se stesso: la sua filantropia e il suo coinvolgimento nelle regioni colpite dalla carestia lo mettono su un terreno comune con il dottore.

“No, non lo sapevo. E’ interessante”. Sono davvero colpita, tanto più che il dottor Shawn non mi ha detto nulla, mentre avrebbe potuto farlo per impressionarmi.

“Che cos’è un paese del  terzo mondo?” chiede Chris, mentre immerge l’ultimo dei suoi pancake nello sciroppo.

Christian e io ci scambiamo uno sguardo divertito e lui gli spiega in dettaglio di cosa si tratta. Devo soffocare un sorriso perché gli occhi del mio piccolo di quattro anni si fanno vitrei per il sovraccarico di informazioni, ma fortunatamente è troppo educato per interrompere. Christian dovrà imparare ad essere un po’ più conciso.

Non ci vuole molto a Christian per accorgersi di avere perso l’attenzione del suo pubblico e si volta verso di me. Ho le labbra serrate per trattenermi dal ridere e questo fa sorridere a sua volta Christian. “Ho esagerato?”

Alzo la mano e faccio un gesto eloquente con il pollice e l’indice: “Appena un po’!”. Sta cercando in modo così tenace di essere accattivante.

“Grazie per avermelo detto”. E’ piegato in avanti sul bancone, dove si appoggia con entrambi gli avambracci.

Alzo un sopracciglio: “Sarcasmo, da te? Non stai dando un buon esempio a nostro fi…”. Mi fermo appena in tempo e avverto il suo respiro ansioso: lui guarda con occhi preoccupati prima Chris poi me, sollevato dal  fatto che il bambino non sembra aver fatto caso alle mie parole.

Siamo entrambi a terra e scoraggiati. Dobbiamo spiegargli al più presto la cosa, non vedo nessun vantaggio ad aspettare. Avevo pensato di discutere i dettagli con Christian, ma in realtà cosa ci dobbiamo dire? Dovremo uscire allo scoperto e dire tutto. Ho già sottratto loro troppo tempo.

Sul viso di Christian appaiono chiaramente il rammarico, l’eccitazione, il desiderio e la paura, quando alza lo sguardo per incrociare i miei occhi; capisco bene che lui non vede l’ora di parlargli, per potere finalmente avviare il rapporto che li unisce come padre e figlio. La forza dei miei rimpianti fa cadere l’ultima delle mie riserve e mi illumina il viso con un sorriso splendente, mentre gli dico di sì.

La sua tacita risposta mostra quanto mi è grato e la cosa è mozzafiato; serve solo a rendere più profondo il mio amore per lui.

Scivolo giù dalla sedia e prendo posto di fronte a Chris. Lui è issato e assicurato su di un seggiolone, per cui siamo faccia a faccia. Christian si mette all’altro lato di Chris, sia lui che io sfoggiamo rassicuranti sorrisi nel tentativo di attutire il colpo che stiamo per sferrare.

Io incrocio amorevolmente le mie dita con quelle di Chris, consapevole della fiducia che lui ripone in me, e prendo la sua piccola mano nella mia mentre il mio cuore sussurra una preghiera silenziosa: per favore, che io non distrugga questo fragile esserino.

“Piccolo, devo dirti un segreto”. Mi aspetterei che lui si eccitasse all’idea di un segreto, ma anche se ha solo quattro anni avverte il sottile cambiamento del mio stato d’animo. Quegli occhi azzurri, così simili ai miei, mi guardano in attesa, anche se sicuramente non può neanche immaginare l’importanza di quello che sto per dirgli.

Christian mi si accosta di più e mi stringe la mano nella sua. Mi incita con la sua forza tranquilla: sento il familiare movimento del suo pollice sulla mia carne.

Ingoio il groppo in gola.

“Ti ricordi quando abbiamo ricevuto tutti quei bei regali, l’altro giorno, e tu hai pensato che te li avesse inviati Babbo Natale?”

“”Uh-hm”, i suoi dentini mordono il labbro inferiore mentre muove la sua piccola testa in segno di assenso e il color rame dei suoi capelli mette in chiara evidenza il suo legame genetico.

“E ti ricordi quando mi hai chiesto se te li aveva mandati tuo padre, vero?”

I suoi occhi luminosi si spalancano ancora di più, nel ricordare e quindi nell’immaginare quello che gli sto per dire mentre annuisce di nuovo, questa volta lentamente e deliberatamente.

“Avevi ragione, amico. Il tuo papà ti ha mandato quei regali perché ti ama e vuole che tu sappia che stava pensando a te anche se era lontano e che sentiva la tua mancanza”.

Lo sento respirare.

Tutta la mia attenzione è incentrata sul suo dolce viso, ogni mio nervo si carica per prepararsi alla sua reazione. Le colpe che sento di avere come madre mi stringono il petto mentre sono alle prese con questo momento che avevo aspettato con ansia – la vergogna mi fa sanguinare il cuore proprio per l’amore che provo per lui.

Ancora un respiro e solo un’altra frase e sarà tutto finito, non dovrò farlo mai più.

“La sorpresa è che tu lo conosci già il tuo papà” mi fermo un attimo per riprendere fiato e lo solletico affettuosamente sotto il mento. Non vedo l’ora di eliminare questo fardello di angoscia che mi opprime e ci circonda tutti.

“Riesci a indovinare chi è, piccolo?”

Il suo sguardo passa da me a Christian e ritorna di nuovo a me.

“Potrei avere lui?” chiede appoggiando timidamente la manina sulla testa di Christian e battendola piano, mentre aspetta la mia risposta.

La tensione si disperde via in un milione di direzioni mentre Christian ed io sospiriamo ed esplodiamo in risatine che cerchiamo di nascondere. La sua domanda è così spontanea e così tipica dell’ingenuità dei bambini che mi chiedo perché avevo mai avuto paura di dirglielo. E’ schietta, sincera e innocente.

“Sì … sì che puoi, tesoro!” Piango e rido contemporaneamente e mentre l’angoscia svanisce lo sollevo dal seggiolone per abbracciarlo stretto. Christian si unisce al nostro abbraccio e Chris si gira tra le mie braccia e getta le sue braccine al collo di Christian. Incontro lo sguardo di Christian mentre bacia Chris sulla testa. Il barlume delle sue lacrime di gioia raggiunge la più recondita profondità  del mio cuore. Chris appoggia la testa sulla spalla di suo padre e Christian si gira di nuovo verso di me. Coraggiosamente mi alzo sulle punte dei piedi e non esito a posargli sulla bocca un tenero e lungo bacio.

Lo sbircio da sotto le ciglia. Un fresco rossore si sparge sulle mie guance, accompagnato da un timido sorriso.

Uno sguardo penetrante, indagatore e sorpreso ammorbidisce il suo cipiglio.

“Posso chiamarti papà?” Mi libero dal nostro abbraccio e adesso è solo Christian a reggere il peso di Chris, mentre la nostra attenzione è tutta rivolta a nostro figlio.

Sembra che per Chris oggi sia il giorno del compleanno e il giorno di Natale, tutto in una volta, ma è ancora un po’ stordito per l’avverarsi improvviso del suo sogno. Ora che siamo qui, insieme, in questo preciso momento non voglio che ci sia alcuna incertezza e decido di chiarire per bene le cose. “Tesoro, tu puoi chiamarlo papà perché è tuo padre. Mi capisci?” Gli accarezzo il viso con il dorso della mano per assicurarmi che stia ascoltando attentamente.

Il suo cenno solenne di assenso è accompagnato da uno sguardo serio. Sono così orgogliosa del mio saggio bambino. Christian è euforico e appoggia la fronte su Chris.

“Ciao papà” sorride Chris, felice di poter pronunciare queste parole per lui nuove. La risposta di Christian è un sussurro rauco, pieno di emozione: “Ciao figlio, è meraviglioso essere qui con te”. Mette una mano sul cuore di Chris, che risponde stringendo il pugno intorno alle dita di suo padre.

Li guardo, stretti l’uno all’altro, in questo momento prezioso e tutto loro. Un insieme di diverse sensazioni mi attraversa, ma soprattutto mi sento sollevata. E’ andata molto bene.

Per un’intera ora loro due sono così presi l’uno nell’altro, ridono e stanno così vicini che quasi non avvertono la mia presenza. Le loro parole e le loro risate sono la cosa più piacevole che io abbia mai sentito.

Ne approfitto per chiamare Miss Dee e ringraziarla per avere spaventato il nostro aspirante intruso e per mandare un messaggio a Jo-Anne, per farle sapere che siamo partiti prima del previsto. Infine, mando un messaggio anche a mia madre e a mio padre per far loro sapere che siamo arrivati sani e salvi – dovere compiuto.

Per un po’ resto in piedi a guardare fuori dalla parete di vetro, persa nei miei pensieri senza neppure vedere l’imponente skyline di Seattle di fronte a me.

Un grido acuto mi fa girare giusto in tempo per afferrare Chris che si slancia verso di me, ridendo. “Salvami, mamma, salvami dal mostro del solletico!” Mi sta coinvolgendo nel gioco emozionante con Christian. Lo prendo e scappo lontano da Christian, che ci dà la caccia muovendo le dita nel gesto di fare il solletico.

Ho messo il tavolo da pranzo tra di noi e Christian finge di spostarsi velocemente prima a sinistra poi a destra, facendo grandi passi intorno al tavolo. “Adesso ti prendo!”

Chris strilla: “Nooo! Corri mamma, corri!”.  Cerco una via di fuga, ma per il peso di Chris e i tacchi alti sono troppo lenta e Christian riesce a prenderci.

Fa il solletico a Chris con un affetto entusiasta e con una gioia che non gli ho mai visto. “No, no! Basta, no, no!” strilla Chris ridendo freneticamente. Christian ed io ci uniamo a lui e queste risate sono catartiche, ci liberano dallo stress – per ora.

Finiamo sul pavimento, respirando a fatica, mentre ancora ci sfuggono frammenti di risate che ci fanno assaporare un ritrovato spirito di solidarietà.

Questo è esattamente quello che volevo, permettere a Christian di avere un assaggio della vita familiare –  della vita insieme alla sua famiglia.

Christian è il primo a tornare serio e io sento subito la mancanza del ragazzo spensierato di un secondo fa. Chris si sprofonda in grembo a Christian, felice.  ”Senti, campione, puoi concedere alla mamma e a me un po’ di tempo per parlare? Vuoi andare a giocare con i tuoi giocattoli nuovi?”.

Già stanco di stare fermo, lui si alza di scatto, pensando ai giochi che farà coi giocattoli nuovi, e corre nella sua stanza. Per fortuna gli piace anche giocare da solo.

“Grazie Anastasia.” C’è una sorta di deferenza nel tono con cui mi parla, e questo mi mette a disagio. Sicuramente sa che gli dovevo quello che ho appena fatto.

“Christian, per favore. Non dirlo”. Scuoto la testa e mi alzo: questa non è una conversazione che intendo proseguire; l’ultima cosa che mi merito è il suo ringraziamento.

Con un movimento fluido anche lui si alza e mi afferra il polso. “Non devo dire cosa? Non devo ringraziarti per questo meraviglioso figlio? Non devo ringraziarti per avergli detto chi sono?”.

“Non mi devi ringraziare per nulla, Christian, ho fatto un casino terrificante. Non merito neppure il tuo perdono, io non tollero che tu mi ringrazi”. Abbasso lo sguardo, in silenzio, chiedendo la sua comprensione.

“Siamo ancora a quel punto?” mi domanda incredulo, con una mezza risata. “Cazzo, Ana, non fai altro che mandare segnali contrastanti! Te ne rendi conto? La tua ultima e-mail del cazzo mi ha quasi fatto venire un infarto!”.

“Segnali contrastanti? Io?” Mi appoggio la mano al petto: il consueto risentimento alimenta la mia irritazione. “E tu? Cribbio!”

Con le mani sui fianchi e lo sguardo gelido lo sfido a contraddirmi.

“Lo so” sospira, perdendo lo spirito combattivo. “Sei tu. Tu mi fai impazzire!” E’ combattuto tra l’ammirazione e il sarcasmo e un lieve sorriso amaro gli appare sulle labbra.

“Vedi, questo è esattamente quello che voglio dire”. Fisso gli occhi su di lui, non del tutto pronta a lasciargli finire il discorso. Ha il diritto di infuriarsi? Sono felice  che la mia e-mail lo abbia scosso, questo è esattamente quello che volevo.

“Vieni, dobbiamo discutere di alcune cose”. Lui mi interrompe, preferendo evitare la spinosa questione. Lascio che mi trascini nel suo studio prendendomi per mano. Il suo tocco è caldo e audace e assaporo l’intimo contatto con lui.

Non si siede dietro la sua scrivania ma sceglie una grande sedia borchiata e mi invita a sedermi sul divano di fronte, proprio di fianco alla porta. Faccio come mi dice e mi siedo compostamente, incrociando le gambe e offrendogli una buona visione delle mie gambe nude e sexy e delle scarpe col tacco alto. Sto per giocare una difficile partita.

“Chris starà bene da solo?” Il Fifty ansioso è sempre dietro l’angolo.

“Starà bene, Christian. Piuttosto mi viene in mente una cosa: dove sono finiti tutti? Mrs Jones è ancora con te?” chiedo incidentalmente, facendo del mio meglio per nascondere la mia angoscia. Mi è sempre piaciuta molto Mrs Jones e mi dispiace se il nostro rapporto sarà teso, in futuro.

“Ah, uhm, sì, è Mrs Taylor adesso.” Lui mi lancia un’occhiata per poi proseguire. “Pensavo che tu preferissi ritornare qua senza il personale intorno. Anzi, in realtà, è stata una sua idea”.

Mmmh, Mrs Jones o meglio Mrs Taylor ha suggerito a Christian di restare da solo con noi in questo fine settimana? Non riesco a capire se è un bene o un male. E’ stata perspicace e attenta o ha solo rimandato l’inevitabile incontro imbarazzante?

“”Wow, è meraviglioso, buon per loro.” Sono davvero felice per loro, ma le mie parole non hanno il calore che normalmente si usa per le buone notizie del genere.

Non posso fare a meno di chiedere un’altra cosa, che mi sta a cuore: “E Sawyer?” Io liscio la gonna del mio vestito, cercando di apparire indifferente.

“”No, lui non c’è più”. Aspetto che mi spieghi il perché, sperando nel mio intimo che non abbia perso il lavoro per colpa mia. “Perché sei così interessata, Anastasia?” Qualcosa nel suo tono mi spinge a guardarlo. La contrazione divertita che avverto sulla sua bocca non mi lascia alcun dubbio sul fatto che sta prendendosi gioco di me, lui sa esattamente il perché della mia domanda.

“Bè, non stai giocando lealmente”. Scuoto la testa al suo sfacciato molestare i miei nervi logori.

“Mi dispiace” dice, con gli occhi ancora lucidi di gioia, “Puoi stare tranquilla: la causa non sono state né la tua bravata né la tua fuga. E’ tornato a lavorare per i servizi segreti, dicendo qualcosa del genere che trattare con i terroristi è più facile che avere a che fare con mogli che se ne vanno”. Incrocia le dita, tutto compiaciuto del suo piccolo scherzo.

Arrogante bastardo!

“Lo ha fatto adesso?” chiedo inarcando le sopracciglia, e aggiungo: “Forse le mogli  non se ne andrebbero se i loro mariti non le tenessero in gabbie dorate”. La bocca parla prima che il mio cervello abbia il tempo di capire e di frenarla e vedo che lui impallidisce vistosamente. Immediatamente il rammarico per quello che ho detto spalanca un buco nero nella fragile fiducia in ma stessa che avevo raggiunto per mezzo di Ana 2.0.

Oh cazzo! Perché continua a provocarmi? Perché continuo a scagliarmi contro di lui?

“Un punto per te, ben fatto”. Le sue parole, pronunciate a bassa voce, sono piene di rimorso, i suoi occhi sono seri. Il morso delle mie parole cancella d’un sol colpo tutta l’allegria di prima.

“Christian, mi dispiace. Non avrei dovuto dirlo”. La contrizione annulla i miei sentimenti feriti. Vorrei ingoiare quello che ho detto e la mia frustrazione va in ebollizione.

Il silenzio crea intorno a noi un bozzolo insopportabile, inducendoci a cercare di annullare le nostre emozioni per non rischiare ulteriori danni.

Il telefono sulla sua scrivania squilla, rompendo il nostro silenzio. “Non ci vorrà molto, ma devo rispondere”. Non aspetta la mia risposta, gira l’angolo della scrivania e si siede al suo posto di potere. “Barney, che cosa c’è? Sai qualcosa?”

La mia mente dimentica per un attimo la nostra conversazione di prima e rimugino su questa costante ostilità latente tra di noi. Chiaramente proviamo rabbia l’uno contro l’altro e pencoliamo tra il desiderio di farci del male e quello di riconciliarci; il doverci continuamente confrontare con una passione violenta come la nostra ci fa sentire bisogni contrastanti, quello di fare l’amore o di affrontarci in una battaglia incontrollabile.

Io so quello che mi piacerebbe fare, ma Christian sembra invece propendere per lo scontro. Lo guardo parlare con Barney – è l’essenza della virilità – potente e imponente. Vago con lo sguardo per tutta la stanza e noto tutti i particolari che lasciano intendere chi lui sia realmente, poi riprendo fiato e perdo il conto, e mi perdo a guardare il muro dietro di me.

Vedo i miei occhi increspati agli angoli, che brillano di felicità. Ciocche di capelli mi vagano sul viso, sospinti dal vento. Sto ridendo di qualcosa di molto divertente e tengo le mani a coppa per nascondere la bocca che fa trasparire la mia spensieratezza. Lo sfondo è confuso e contrasta  con il mio viso in primo piano, che è invece perfettamente a fuoco, in bianco e nero.

Santa, santa merda! Una delle foto di Jose – se ben ricordo la preferita di Christian – è nel suo studio ed è rimasta con lui ogni giorno, da quando me ne sono andata. Ricordo che Christian mi aveva detto che le mie foto erano ancora nel suo ufficio a Grey House, quando mi aveva raccontato l’episodio della scritta fatta con la vernice spray, ma vederne una qua è per me uno shock straordinario.

Quando siamo arrivati questa mattina ho notato che ci sono stati pochi cambiamenti nel suo appartamento da quando me ne sono andata, ma perché mai avrebbe voluto avere davanti agli occhi di continuo un ricordo come questa immagine? Ho una sua foto, che avevo preso con me il giorno in cui me ne ero andata, ma mi sono concessa di guardarla solo nei momenti più bui, nei giorni in cui le mie emozioni prendevano il sopravvento e la nostalgia per lui mi sovrastava, era tutto quello che potevo fare per non impazzire. Non avrei potuto guardarlo tutti i giorni. La cosa mi avrebbe uccisa.

Tocco sempre più con la mano la prova della sua disperazione e la cosa mi colpisce nel profondo. Il contratto che ho nascosto nel mio portatile, il mio piano di seduzione, suo figlio, il fatto che noi siamo qui a Seattle con lui, anche la possibile minaccia che incombe su di noi – devo trasformare tutte queste cose in un’arma per abbattere i muri che ha costruito attorno a sé per proteggersi.

Christian conclude la sua chiamata e rivolge a me sia il suo sguardo sia la sua attenzione. “Stiamo litigando?”

“No Christian. Io non voglio discutere con te”. Incontro il suo sguardo e cerco di fargli capire che sono sincera. “Penso che noi polemizziamo perché questo … questo fuoco fra di noi ha bisogno di trovare uno sfogo, quando eravamo sposati eravamo soliti …” mi fermo un attimo. Mi accorgo che lui sa bene quello che stavo per dire.

Eravamo soliti fare l’amore – arrabbiati, felici, tristi, di nuovo arrabbiati – ma abbiamo sempre fatto l’amore.

La sua risposta, come al solito onesta, è amareggiata: “Sono d’accordo”. Lui sospira e giocherella con una penna che ha preso dalla scrivania: la tiene tra due dita e toglie e mette il cappuccio con gesti rapidi poi si alza per unirsi a me nella zona salotto, ancora una volta. “E’ meglio che ti racconti il resto, prima che tu cambi idea”. Sono felice di vedere che è tornato il suo buon senso, ma ora temo per il mio – di nuovo.

Si china in avanti e poggia i gomiti sulle ginocchia. Tiene le mani unite, in un atteggiamento meditativo. “Mia madre e mio padre non vedono l’ora di incontrare Chris, speravo che potremmo organizzare la cosa per domani”. Mi guarda con attenzione, e avverto la sua tensione: è preoccupato per la mia reazione.

“Certo che sì, Christian. Non potrei mai tenere Chris lontano da loro”.  Percepisco come una scossa, perché è esattamente quello che ho fatto finora, e arrossisco di rabbia. Ricomincio immediatamente a piangere.

“Mi dispiace, mi dispiace tanto!” dico a ripetizione, tenendo entrambe le mani sul viso per nascondere la vergogna. Mi sento a pezzi, singhiozzi palpitanti mi fanno rabbrividire fino nel profondo e diventano completamente incontrollabili quando le sue braccia mi avvolgono e lui mi stringe contro il suo petto.

Lui mi tiene stretta per lunghi istanti prima di parlare. “Devi smetterla”. Con una mano mi accarezza i capelli e con l’altra mi tiene ferma. “Eravamo troppo giovani, ci conoscevamo appena, io non capisco come possiamo avere mai pensato che potesse funzionare.”

So che sta ripetendo le parole che altri gli hanno detto cercando di aiutarlo ad affrontare il dolore per quello che aveva perduto – per la perdita di me. Diventa improvvisamente vitale per me ricordargli la verità. E’ vero, forse eravamo molto giovani e siamo precipitati in mezzo a cose che ci hanno sovrastati, ma non c’è alcun dubbio che ci appartenevamo totalmente!

“Tu ed io sappiamo che non è la verità”. Cullo il suo viso tra le mie mani e sento sotto i palmi la confortevole presenza della sua barba sfatta. Cerco i suoi occhi, aspettando che si abbandoni. Avverto che vorrebbe distogliere lo sguardo da me e lo prevengo girando in anticipo la testa, facendo in modo che i nostri occhi restino in contatto.

“Qualunque errore abbiamo fatto, Christian, non si può negare il legame che c’è tra noi. Anche il dolore che proviamo ora – dopo tutto questo tempo – lo prova”. Lui chiude gli occhi e si lascia andare alle mie carezze. Lo guardo attraverso il velo del mio pianto silenzioso mentre lotta per accettare le mie parole.

Lui appoggia delicatamente una mano sulla mia e stringe la presa intorno alle mie dita, le solleva alla bocca e ne bacia teneramente il dorso. “Hai ragione. Ti amo ancora”. Il sussurro con cui mi dice queste parole, come se fosse sconfitto, mi preoccupa, ma allo stesso tempo posso letteralmente sentire un coro di angeli riempire la stanza.

“Lo so, e anch’io ti amo – non ho mai smesso di amarti.” Una espressione smarrita tradisce il suo disagio al sentirmi dire quelle parole.

Cambio argomento per aiutarlo a non soffermarsi troppo a lungo su quella rivelazione esplosiva. Sono contenta che lui si prenda il tempo che gli occorre per abituarsi di nuovo all’idea.

“Quindi domani Grace e Carrick incontreranno Chris, sarà dunque un altro grande giorno. Spero che mi possano perdonare”. Lascio andare un lungo respiro.

“Loro non ti biasimano, Anastasia.” Vorrei potergli credere.

“Così, è questa la notizia che dovevi darmi?” La mia testa è inclinata in attesa della risposta.

“Uhm, no”. Si schiarisce la gola e senza soluzione di continuità prende il sopravvento il Christian Amministratore Delegato.

“Voglio parlare dei tuoi manoscritti.” Ha assunto di nuovo la sua tipica espressione imperturbabile. Ingoio per controllare in qualche modo  il nervoso battito del mio cuore.

“La Grey Publishing vorrebbe pubblicare i tuoi lavori.. Sarei folle se permettessi alla mia azienda di perdere questa opportunità”. Muove le mani nell’aria quando pronuncia la parola “azienda”. “Noi siamo, o meglio saremmo disposti a stipulare con te  un contratto editoriale”.

Oh! Oh!

Lui interpreta il mio silenzio stordito come fosse un incoraggiamento e continua: “I lettori non ne possono più di essere tediati, il target cui hai mirato è pronto ad affrontare la crudezza realistica di cui sono impregnati i tuoi lavori”.

Verifica che io lo stia seguendo ed io annuisco, non so cosa pensare. “Il breve periodo in cui hai lavorato nell’editoria ti ha insegnato molto di più di quanto tu pensi. Il tuo lavoro è molto vendibile e commerciabile”.

Davvero? Io pensavo che volesse aiutarmi a concludere l’affare, non che volesse prenderne il controllo, anzi sono sicura che fosse quello che avevamo deciso.

Lui si accorge della mia esitazione e, da quel grande professionista che è, mi si avventa contro servendosi senza pietà della sua capacità di adulazione e della mia personale insicurezza circa le potenzialità del mio lavoro. “Dovresti sapere quanto sia raro che a uno scrittore sia offerto un contratto al primo tentativo e non te lo avrei offerto se non credessi che si tratta di un ottimo affare”.

E’ veramente sicuro di sé, è nel suo elemento. La ricerca dell’accordo porta una luce scintillante nei suoi occhi grigi. “E poi, ho un asso nella manica”.

Ancora una volta mi guarda con una padronanza di sé che mi innervosisce – quale asso?

“Ho assunto Julie Logan, inizia lunedì.”

9 thoughts on “Capitolo 13

  1. carla says:

    meraviglioso!!!come sempre grande monique!!!grazie paola sei un angelo!!!

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  2. federica says:

    belloooooooooooooo

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  3. Asyram says:

    Adoro!!!!

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  4. Marina says:

    Grazie Paola!! Monique scrive meraviglie e tu le rendi comprensibili!!! Grazie!!

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