Capitolo 2

Quando finalmente i miei conati di vomito si esauriscono, lui scivola silenziosamente fuori dal bagno, chiudendo la porta e lasciandomi da sola con i miei sentimenti palpitanti. Mi siedo sulle piastrelle fredde e mi chiedo che cosa gli dirò. Debbo chiedergli scusa? Quello che ho fatto è enorme, è imperdonabile.

Ricordo come era stato gelido con Leila quando era venuta nel mio ufficio. Sarà così anche con me, mi tratterà con disprezzo? Farei qualsiasi cosa per evitare di andare là fuori e di guardarlo in faccia, ma ho già sbagliato una volta ed ecco quello che ho ottenuto. Io ho distrutto sia lui che me …  Sono così senza cervello, sono solo una stupida idiota! Mi prendo la testa tra le mani, disperata.

Temporeggio, resterei per sempre lì ma alla fine mi sollevo appoggiandomi alla vasca per non vacillare. Prendo il suo dentifricio, me ne spremo un po’ sul dito  e me lo metto in bocca. Prendo anche un sorso d’acqua, per fare una sorta di collutorio improvvisato. Vedo il suo spazzolino da denti, ma non ho il coraggio di usarlo.

Mi spruzzo un po’ d’acqua fresca sul viso poi mi asciugo con un morbido asciugamano che è appoggiato lì vicino. Mi do uno sguardo impietoso nello specchio ben illuminato, osservando cupamente che mostra tutti i miei difetti. Deve essere uno shock per lui vedermi ridotta così. Ho speso meno di zero tempo per me stessa e per il mio aspetto nel corso degli ultimi cinque anni. I miei capelli sono ancora lunghi, ma sono ormai lontani i giorni in cui erano ben tagliati. Almeno sono puliti – cerco di sollevarmi. Solo che non me ne importava nulla, e so anche di essere troppo magra.

Cerco di fare un respiro profondo ma non mi riesce. Cerco un supporto nel mio subconscio, che però se ne sta ben nascosto! Lo schernisco, non è più così tranquillo, vero?

Su gambe traballanti mi dirigo nella sontuosa zona giorno. Ecco qua, mi faccio un discorsetto di incoraggiamento e cerco di fare un altro respiro profondo – è il momento di affrontare il mio demone. Lo trovo seduto in sala, teso ma di nuovo ben controllato. Mi fa accomodare, i suoi occhi grigi si restringono in un atteggiamento pensoso, alimentando il mio nervosismo. Mi sento irrequieta e vulnerabile – completamente alla sua mercé, ammettendo la mia colpa con un atteggiamento sottomesso e contrito.

“Mi dispiace per …, uhm, che …” mormoro indicando col pollice sopra la mia spalla, verso il bagno.

Quando mi dice di sedere faccio quello che mi ha detto, ma resto appollaiata sul bordo del divano. Io certamente non voglio farlo incazzare in questo momento. Cerco di mantenere ferme le mani, appoggiate l’una nell’altra in grembo.

“Che cosa dobbiamo fare con te Anastasia?”

La sua domanda mi fa quasi sorridere, ma ho il sospetto che questa volta la frase non sottintenda quella giocosa finta irritazione che nascondeva in passato. Un improvviso bisogno mi afferra,  devo fargli capire che le mie stupide azioni sconsiderate non hanno nulla a che fare con lui e col modo in cui mi ha trattata.

Sono ben consapevole che debbo cercare di spiegarmi di nuovo, questa volta senza lasciare spazio al suo senso di colpa.

“Christian, non so cosa dire.” Stendo le mani a palme in su, con lo sguardo implorante perché la gravità della mia decisione è così enorme che minaccia di inghiottirmi. Come posso fargli capire?

“Per favore” lo prego “cerca di capire!”.

Riordino  i miei pensieri, è così importante per me fargli capire. “Io non credo di avere mai veramente pensato che tu mi amassi e mi volessi. Sapevo che non avrei mai potuto tenerti con me e allora l’avere scoperto di essere incinta mi ha dato la spinta per smettere di illudermi; questo, unito al mio amore per te, mi ha galvanizzata a fare  quello che credevo – credevo veramente – essere giusto”. Gli lancio uno sguardo sincero “Ho fatto la cosa che credevo giusta per te e per nostro figlio”. L’ultima frase mi esce a malapena dalla gola.

Lui mi guarda con diffidenza, la profondità dei suoi occhi grigi mi spinge a continuare: “Tutte le donne sono sempre cadute ai tuoi piedi, alcune ti adoravano addirittura. Tutte loro erano molto più adatte a te e ai tuoi, uhm … bisogni di … ” deglutisco. “Tante belle donne tra cui potevi scegliere. La mia autostima, o la sua mancanza … ” la mia bocca si incurva in una linea mesta e i miei occhi si abbassano “mi ha reso incapace di capire che tu potevi davvero volermi – potevi davvero amarmi. Proprio come tu non eri in grado di lasciare che ti toccassi quando ci siamo conosciuti”. Cerco di ragionare. Forse usare paragoni con qualcosa che lui sa e comprende lo aiuterà a capire cosa voglio dire. “Per favore, Christian, non era una questione di scelta per me, io non avevo possibilità di scelta, non potevo fare diversamente”.

Rabbrividisco, pensando a quello che debbo ancora dirgli. Debbo fargli capire come mi sono sentita e penso che sia l’unico modo per fargli capire che, anche se lo ho lasciato, non ho mai smesso di amarlo e ho amato solo lui. Voglio che sappia che lasciandolo mi sono sentita a pezzi, proprio come lui sembra essere ancora oggi.

“Io …” balbetto, la mia coscienza si ribella contro la rivelazione del mio segreto “… sono sempre stata tua e solo tua fino dal momento in cui ti ho incontrato, tua in tutto e per tutto”. Il mio sguardo si abbassa sul tappeto e mi ci perdo. I capelli mi ricadono sulle spalle, nascondendo la maschera arrossata del mio volto distrutto. Una miscela di dolore si abbarbica al mio fragile cuore mentre sento le lacrime cadere sulla mia camicia. “Sono ancora solo tua”. Anche se lo dico con un sussurro la frase esplode come un grido nelle mie orecchie.

Lui trae un profondo respiro, gli occhi esprimono il suo dolore e la mascella si irrigidisce come tutti i suoi muscoli. Io lo guardo posando miei occhi sul suo viso e una nuova ondata di vampate di ansia mi aggredisce, come faremo mai a superare tutto questo?

Quell’uomo complicato trae delle conclusioni inaspettate dalle mie ultime parole e urla “Che cosa vuoi dire Anastasia? Tu ti sei sposata di nuovo, cazzo! “; mi guarda con la fronte aggrottata : “E da allora sono passati quattro anni!”. Alza quattro dita per farmi capire: “Come puoi essere ancora solo mia?”.

Di tutto quello che ho appena detto, è questa l’unica cosa che ha sentito?

Lui continua a urlare: “Hai avuto una serie di ammiratori, uno più desideroso dell’altro di venire a letto con te!” Sputa la parola “ammiratori” con disprezzo, disgusto e ripugnanza. Tiene le spalle ritte per la rabbia.

Per favore, non vorrei doverlo dire! Alzo la testa, guardandolo seriamente e scuotendo il capo, con i denti ben affondati nel mio labbro.

“Tu. Hai. Sposato. Jose. Ana”. Lui pronuncia quelle parole molto lentamente, come se io fossi un bambino troppo piccolo per capire la studidaggine che ho appena detto. Devo distogliere lo sguardo, inondata dall’umiliazione.

Un’altra cosa che non sono riuscita a fare bene. Penso a Jose con un profondo senso di colpa che mi attanaglia le viscere.

Non ci volevi tu per trovare la soluzione, mi ricorda il mio subconscio.

“È per questo che quel figlio di puttana ti ha lasciato?” I suoi occhi attoniti brillano di un misto di incredulità e di qualcos’altro che non riesco a capire bene. Posso solo annuire e guardare verso il basso, verso le mie mani. “Non hai mai dormito con lui Ana? Quell’uomo, che io sappia, moriva dalla voglia di entrare nelle tue mutandine. Perché? Ho bisogno di sapere!” Il tono della sua voce roca non mi lascia spazio.

Mi siedo lì, pensando al mio passato mentre cerco di formulare una risposta.

“Ana, rispondimi. Per favore”. La gentilezza inaspettata delle sue parole  mi attira verso di lui. I miei occhi scattano verso di lui e i miei denti implacabili stanno per farmi sanguinare le labbra. Sento che la sua gentilezza sta scivolando via per lasciare il posto a un cipiglio arrabbiato che mi sono meritata per avergli disobbedito, anche dopo che mi ha chiesto gentilmente di rispondergli.

Lui fa un respiro, aprendo la bocca per ordinarmi severamente di rispondere ma io lo prevengo con la mia risposta, temendo la sua ira. “Te l’ho detto” sospiro “sono sempre e solo stata tua, il mio corpo non avrebbe potuto … , io non potevo … uhm …. rispondere … ” Stringo le orecchie tra le spalle, io so che non posso mentirgli e così provo nuovamente …  ”Non sono stata in grado ….” Io mi sento affievolire cercando nuovamente con lo sguardo il tappeto  – farei di tutto pur di evitare quegli occhi.

In un lampo si alza e percorre irritato lo spazio tra la porta e la sedia – ancora e ancora. Invece di mettersi le mani tra i capelli le stringe a pugno, con le nocche che divengono bianche per la tensione. Sotto il suo respiro sento un borbottio ripetuto, “No, no, no …”

E’ sempre stata una sfida tenere il passo con il suo stato d’animo, ma non ho idea di quello che gli sta passando per la testa, mi sento perduta. Non posso nemmeno dire se è un buono o un cattivo segno.

Si ferma dietro di me, mi gira bruscamente e io mi ritrovo all’improvviso di fronte a lui. Alzo lo sguardo con prudenza, guardandolo attraverso le ciglia. “Mi dispiace” sospiro, mentre la contrizione mi contorce il cuore.

“Oh, Ana!” L ‘angoscia nella sua voce è palpabile, quasi solida “Se avessi parlato con me, se ti fossi fidata di me e fossi rimasta avremmo risolto tutto e avremmo potuto evitare tutto questo”. Muove le mani, con la sua agonia ben evidente.

“Ho cercato di stare lontano da te fino da quando ci siamo conosciuti, ho cercato di avvertirti” cerca di mettere a fuoco i ricordi, quasi guardandoli attraverso di me. “Ma ero troppo debole Ana, ero troppo attratto da te. Mi sono lasciato andare sempre di più, mi sono innamorato”. Le sue grandi mani sono piegate dietro le mie spalle e mi scuote leggermente. La sua voce rotta dal dolore mi fornisce la piena  prova della profondità del suo sentimento.

“Ho provato così tanto” c’è un lampo di disperazione nel suo sguardo, come fosse determinato a farmi capire, “E’ stato così difficile farti capire che anch’io ti amavo, che ero pronto, ma ho fallito. Non sono riuscito a farti capire”. Ha le spalle piegate per lo sconforto, tiene il capo chino. Il suo tono è quello di un uomo disperato.

Arrabbiato, ora ricomincia: “Vedo che pensi di essertene andata di tua spontanea volontà, per una scelta solo tua, ma dovrai ammettere che se tua moglie, tua moglie, Ana!” con le sue parole fervide ricevo un’altra scossa, più forte questa volta tanto che mi fa sbattere i denti mentre i miei grandi occhi si fissano in lui “è troppo terrorizzata per parlare con te, per dirti che aspetta il nostro bambino e poi scappa via da te, tu hai fallito miseramente, tu non le hai dato quella rassicurazione di cui aveva bisogno!” Lascia andare le mie spalle e le braccia gli cadono sconsolate di lato.

Scuoto la testa, la bocca aperta, stordita. Cerco una risposta, ma vado a sbattere dritta contro il muro impenetrabile del suo disgusto per se stesso. La sua mente è distorta, così amplifica i nostri problemi – quei problemi che stavamo cercando di superare in coppia quando ci eravamo sposati – e lui fa ricadere la colpa solo sulle sue spalle, purtroppo!.

Merda!

Quando ritrovo la voce ancora una volta gli chiedo quello che mi sono chiesta nel corso degli ultimi cinque anni: “Come pensi che avresti reagito alla notizia di un bambino?” La nota di aggressione è involontaria ma io cerco disperatamente di metterlo nella giusta prospettiva. Ci guardiamo a vicenda, entrambi respirando a fatica, il nostro corpo si contorce per la tensione.

Dopo un attimo risponde: “Sarei diventato furioso”.  La vergogna lo porta ad allontanare lo sguardo dal mio, mentre una mano nervosa si muove tra i  suoi capelli.

Ho bisogno di aggiustare il tiro, la vergogna non è quello che voglio fargli provare. Come posso farglielo capire? “La smetti con il disgusto di te, una buona volta?” Mi alzo, ergendomi in tutta la mia altezza che, pur se molto inferiore alla sua, conferisce credibilità alla gravità del mio messaggio.

“E’ stata colpa mia! Mia! Non tua!”. La mia voce sale di un’ottava a ogni parola mentre la mia tensione si trasforma in rabbia. “Guardare indietro e vederti così ridotto mi fa sentire ancora peggio. Ho distrutto entrambi e me ne dispiace!” Un orribile singhiozzo gutturale mi sfugge dalle labbra e scivolo a terra, tremante di lacrime di dolore e di frustrazione. Le mie mani corrono a coprirmi il viso mentre esplodo in uno straziante pianto – cinque anni di desiderio represso e rammarico che saltano fuori tutti in una volta.

Sento che mi avvolge le braccia attorno alle spalle e cerca di farmi rilassare. “Mi dispiace, mi dispiace tanto” mi sussurra in un orecchio accarezzandomi i capelli, in ginocchio di fronte a me. Lui oscilla avanti e indietro, la mia testa si rifugia nell’incavo del suo collo e le sue braccia mi ricordano tutto quello che ho perso.

Sono scioccata per il casino totale che ho messo assieme, ma a dispetto di tutto lui è qui, mi abbraccia, mi offre il suo conforto. Come può essere qui, in questo modo, con me, dopo tutto quello che ho fatto?

Quando sono più tranquilla lui si siede sui talloni e preme la fronte contro la mia tenendomi ferma con una mano dietro al collo. Le nostre ginocchia si toccano. Il mio umido sguardo si posa su di lui e alla luce crepuscolare vedo una scia umida lungo la sua mascella. Il mio cuore si apre  per lui mentre i nostri respiri si placano perché siamo vicini. Non voglio niente di più che baciare quelle lacrime asciugandole.

Improvvisamente – dal nulla – come un fiammifero vicino alla benzina, un desiderio feroce esplode dentro di me e il mio corpo si irrigidisce, subito in allarme. Con gli occhi spalancati e sorpresi, le nostre labbra si incontrano spontaneamente, distruggendosi a vicenda. Le nostre lingue esplodono in una danza selvaggia, divorandosi, cercandosi e prendendo tutto l’amore che possono.

La mia mente si fa tabula rasa e il luogo in cui siamo svanisce. Io sono solo la mia bocca e la mia lingua e il mio desiderio. Le nostre mani afferrano avidamente i capelli dell’altro e si abbandonano a quel contatto da tempo perduto. In ginocchio come in preghiera – in adorazione o supplicanti, non ne sono sicura. I nostri corpi sono attaccati l’uno all’altro, con l’urgente necessità di diventare uno solo. Lo sento gemere, un gemito profondo.

Oh, mi ricordo quel suono sexy! Sento improvvisamente il profumo di Christian, sento le mie viscere fremere nell’attesa. Mmmhhhh.

Il mio subconscio si presenta improvvisamente, applicando le piastre del defibrillatore al petto della mia dea interiore, mentre lei grida forte! Sta cercando di portarla nuovamente alla vita! Li ignoro e mi dedico solo a quel momento, assaporandone le sensazioni. Il mio corpo è formicolante, reattivo ed è tornato alla vita dopo cinque lunghi anni di inverno. Il suo forte bisogno di me mi fa balzare il cuore in gola mentre le sue mani stringono il mio sedere, premendomi al suo inguine. Lui muove i fianchi, accendendomi di desiderio con l’attrito elettrizzante contro il mio sesso.

Emetto un gemito contro la sua bocca, tremante,  mentre lui mi fa scivolare a terra e io mi aggrappo alle sue forti braccia.

Le nostre braccia sono aggrovigliate e le nostre mani si muovono freneticamente. Sono concentrata su di lui, mi tornano alla memoria momenti del passato. Mi piace il modo in cui mi preme verso il basso, il suo peso mi tiene ferma, mi ricorda che è lui che comanda. Le sue mani si spostano dal mio fianco alla mia vita e sul mio seno, lui mi schiaccia contro di sé. Mi lascio andare alle sue carezze e arrivo fino a slacciargli la cintura, impaziente di sentire il velluto della sua pelle. Lo trascino e poi – di punto in bianco – lui si blocca, sedendosi come se il suo sangue caldo si fosse improvvisamente trasformato in ghiaccio.

Abbassa lo sguardo verso di me, ansimando forte. Il suo volto è arrossato,  ha le  palpebre pesanti e gli occhi improvvisamente velati. Mi fermo a guardare verso di lui, balbettando,  con il corpo frustrato che protesta. Che cosa sta facendo? Sembra improvvisamente disperato, la sua espressione mi colpisce con un moto di panico.”Christian, che cosa c’è che non va?”.

Scuote piano la testa, come per cancellare il problema: “Io non ho preservativi”, dice a bassa voce, chiudendo gli occhi e strofinandosi le mani sul viso.

“Wow … che cosa?” Mi spingo verso l’alto, appoggiata sui gomiti. Sento il gonfiore delle mie labbra livide e la rivolta del mio corpo contro quella interruzione improvvisa, ma non appena le sue parole penetrano la mia lussuria resto rigida per lo shock. Il capire è come un pugno nello stomaco. Il casino in cui ci troviamo è dovuto ad una gravidanza non pianificata e ancora una volta la risposta del mio corpo e il bisogno di lui sono così grandi che la contraccezione è la cosa più lontana dalla mia mente! Devo essere la persona più stupida al  mondo.

Mi sfugge una risatina incredula, che subito lascia il posto a risate irrefrenabili. Mi siedo ridacchiando come una pazza. In un primo momento  Christian mi guarda male, scosso dal mio comportamento, ma non riesco a smettere. Sono sommersa dalle risate isteriche, che accompagno battendomi ritmicamente la mano sulla coscia.

Ah, ci si sente bene a ridere, a rilasciare tutta questa ansia che mi opprime da anni. La mia dea interiore è sveglia  e imbronciata, mi fissa con occhi selvaggi, confusi. Vedo che anche Christian si lascia andare e ammorbidisce lo sguardo, con un sorriso incerto che gli addolcisce la bocca. Alla fine si arrende e sorride con il suo splendido sorriso, ridendo con me, con il divertimento che brilla nei suoi splendidi occhi grigi.

Lentamente ci calmiamo e  riprendiamo a respirare normalmente. Ci accomodiamo in un silenzio contemplativo, seduti sul pavimento della sua camera d’albergo, quando un bussare alla porta ci spaventa tutti e due. Con la sua solita grazia semplice si alza e mi offre una mano.

“E’ Taylor,” risponde alla domanda che legge nei miei occhi e indica con la testa la porta. “Abbiamo un impegno … uhm … sociale.” Si sposta per aprire la porta, lasciandomi quasi senza equilibrio.

Deve vedere qualcuno, incontrerà una donna? Merda, merda, merda! Cosa sto facendo? Devo andare. Mi guardo intorno per cercare  la mia borsa e dopo averla afferrata, lo seguo fino alla porta.  In un attimo mi trovo faccia a faccia con Taylor. E’ ovvio che Christian non ha menzionato la mia presenza, perché lo vedo vacillare. La comprensibile sorpresa gli colora il volto, ma la sottile linea di disapprovazione della sua bocca dichiara apertamente il suo giudizio negativo.

Si corregge in fretta, ma è troppo tardi, è chiaro che lui è arrabbiato e che io lo ho deluso. “Mrs Rodriguez”, annuisce con un saluto freddo. I miei occhi si volgono nervosamente a Christian, registrando il suo lampo di disgusto alla sola menzione del nome di Jose.

I miei sentimenti sono feriti dalla reazione di Taylor, anche se non so cosa mi sarei potuta aspettare di diverso. Mi è sempre piaciuto. Sono preoccupata per la situazione amorosa di Christian e mi vergogno della nostra esplosione impazzita di lussuria. Fantastico! Un vero sacco di merda in cui mi sono immersa.

“Mi chiamo di nuovo Steele, Taylor”, lo correggo, mentre annuisco seccamente all’indietro. Ho bisogno di andare via. Tocco il braccio di Christian per richiamare la sua attenzione e lui si volta verso di me. “Devo andare, mia madre sarà preoccupata”.

Ci vuole solo un momento perché lui mi risponda:”Anastasia, dammi un secondo per favore”. Lui non aspetta la mia risposta, ma guida Taylor nel corridoio con un gesto della mano, perché io non senta quello che gli dice. Christian mi volta la schiena mentre io me ne sto goffamente sulla porta in attesa del suo ritorno, sentendomi di troppo. Mi sorprendo a chiedermi dove andremo a finire e cosa succederà. Vorrà incontrare Chris? Lo rivedrò? Posso sperare in qualcosa?

Lui torna indietro, si ferma di fronte a me e mi guarda, mentre si passa una mano tra i capelli. Taylor sta aspettando pazientemente nel corridoio, ma ci guarda con attenzione. “Anastasia, ci sono ancora molte cose di cui dobbiamo discutere, ma per stasera sono in ritardo, devo ancora prepararmi”. Lui abbassa lo sguardo ma non offre alcuna ulteriore spiegazione e il mio cuore si sente mancare . “Quanto tempo ti fermi in Florida, posso contattarti?”. E’ di nuovo un uomo d’affari, freddo e controllato come al solito.

“Ce ne andiamo lunedì, nel tardo pomeriggio. Ti do il mio numero di cellulare.”

Frugo nella borsa cercando un pezzo di carta, ma lui posa dolcemente la mano sul mio braccio, così sono costretta a  guardarlo in faccia. Mi sembra un po’ divertito e tiene la testa piegata da un lato.

Mi fermo: “Cosa?” Il mio tono è quasi irritato.

“Ana, io ho il tuo numero.” Lui analizza il mio viso con attenzione, per vedere come la prendo.

Naturalmente il super stalker ha il mio numero! Vorrei battermi  il palmo della mano sulla testa. Poco è cambiato, tutto sommato! “Uhm … Ok” è tutto quello che posso replicare mentre lo guardo. Lui annuisce con la testa e sembra sollevato. E’ sollevato perché me ne sto andando?

“Taylor ti porterà dove devi andare.” So che il tono è del genere “tu-non-devi-replicare”.

Oh no! Come gestire questa situazione? Non voglio stare da sola con Taylor, soprattutto non dentro una macchina! Lui è furibondo con me, come fa Christian a non capirlo? Cerco di calmarmi e con voce ansimante dico: “Se non ti dispiace, preferisco prendere un taxi.”

“Ana, tu …” inizia ma si ferma subito  e si allontana di un passo da me, rassegnato. “Come vuoi” è la sua risposta molto formale, coerente con lo sguardo stanco nei suoi occhi.

Uff! Il mio subconscio mi dice con enfasi, passandosi il dorso della mano sulla fronte.

I nostri occhi si bloccano e il disagio del momento ci sopraffa. Cosa succederà? Ci abbracceremo, o ci baceremo, o ci stringeremo la mano? Decido di fare il primo passo – meglio farla finita. Opto per un timido bacetto sulle guance proprio mentre lui si muove per abbracciarmi e finiamo per fare un pasticcio, urtandoci goffamente.

Ci sciogliamo dal nostro abbraccio goffo e lui mi mette le mani sulle spalle per sostenermi.

“A domani allora”.

Gli rivolgo un debole sorriso e giro sui tacchi, arrivo in fondo al corridoio e dopo avere superato Taylor mi rifugio nell’ascensore.

2 thoughts on “Capitolo 2

  1. Bimba says:

    Bellissimo!!

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