Capitolo 37

Il mio colorito post coito sparisce rapidamente: un terrore spaventoso mi agghiaccia. Il mio cuore si ferma – completamente, sono incapace di ogni pensiero logico e concreto. Cazzo, cazzo, cazzo.  Il mio respiro si fa affannoso, meno profondo, la mia mente riesce a focalizzarsi su di una sola cosa – sono nel panico più totale. E’ la definizione giusta: panico puro, paralizzante, cieco.

Proprio come il dottor Flynn mi ha spiegato il giorno prima, dare un nome alla sensazione che mi prende è quello che mi salva da un attacco che potrebbe essere esplosivo. Questo, e l’avvertimento di Ray, una voce lontana che mi ripete di stare calma, è quello che mi salva e corro a chiedere aiuto alla squadra di sicurezza:  per fortuna il desiderio di aiutare mio marito mi fa superare la paura che mi aveva bloccata.

Nel momento in cui irrompo nella stanza sono già tutti in allerta. Collins sta urlando al telefono, che tiene stretto tra la spalla e l’orecchio, mentre le sue dita volano sulla tastiera con movimenti febbrili che possono solo significare guai. Avrei dovuto immaginare che il nostro sistema è collegato al computer centrale di Grey House.

Un attimo dopo Ray rientra in casa, con Chris che gli rimbalza sul fianco e Carl al seguito, che chiude tutte le porte al suo passaggio. Non ci vuole un genio per capire che siamo sotto custodia.  Lo stretto controllo cui è sottoposto Ray mi fa trarre un respiro di sollievo. Quando mi raggiunge, mi appoggia con autorevolezza una mano sul braccio e mi fa allontanare: “Lasciamo a questi ragazzi un po’ di spazio”.

Entriamo nello studio di Ray e solo quando ci siamo arrivati lui fa scendere Chris a terra. Prendo una seggiola e mi siedo sul bordo, di fronte alla scrivania; per un attimo grata di avere un minuto per ripensare a quello che è successo poi, quasi istantaneamente, detesto invece anche solo l’idea di avere l’opportunità per farlo. Almeno Chris pare tranquillo mentre mi sale in grembo e mi distrae raccontandomi la loro avventura all’aria aperta.

Ray avvia – sul computer che sta sulla scrivania – un film per Chris e ha un’ispirazione geniale: lo invita infatti a mettersi le cuffie, in modo che io e lui possiamo parlare in privato. Solo quando siamo sicuri che Chris è assorto e del tutto ignaro Ray gira attorno alla scrivania e vi si appogiia, restando in piedi di fronte a me, con le braccia incrociate sul petto e un’espressione cupa sul volto: “Che cosa è successo, Annie?”. La sua calma e le sue parole tranquille, che dipendono dalla sua natura, la sua capacità di controllarsi mi aiutano a non lasciarmi andare.

“Non lo so esattamente, papà. Christian e io stavamo chiacchierando su Skype quando a Grey House c’è stato un improvviso calo di tensione. E’ scattato un allarme o qualcosa del genere, e la chiamata si è interrotta”.

Ray annuisce: “Va bene, cerchiamo di non correre troppo, questo non significa nulla e sono sicuro che avranno un generatore d’emergenza”.

Le parole di Ray sono ragionevoli e logiche, ma per ora non riescono a scalfire l’incertezza in cui mi sto dibattendo. Qualcuno potrebbe avere sfruttato il tempo tra l’interruzione e l’avvio del generatore d’emergenza per violare la fortezza di Grey House? Christian chiamerà la polizia o cercherà di gestire tutto questo da solo? Che cosa succederebbe se l’interruzione sembrasse innocua e loro, invece, non si accorgessero di qualcosa, qualcosa che tornerà a perseguitarci dopo? Ray ha ragione, lui è stato sempre più razionale di me, ma non riesco a non pensare, l’ansia mi prende del tutto, è permeata nel mio stesso sangue. Non c’è modo che io riesca a liberarmi di lei.

Annuisco in segno di assenso, mantenendo per me stessa il fuoco di fila di domande che mi ossessionano. Mi pare quasi che darei loro vita, se osassi pronunciarle. E’ chiaro che il terrore mi rende superstiziosa. Poi non voglio che Ray si preoccupi per me più di quanto non faccia già.

Mentre aspettiamo di sapere cosa è successo, Ray mi chiede se si sa qualcosa dei fiori. Sono felice di rispondergli, nonostante detesti quell’argomento schifoso, ma è sempre meglio che lasciare campo libero alle mie incertezze, nella mia testa esaurita.

Più tardi, quando mi sono un po’ ripresa e mi rendo conto che è passata solo una decina di minuti, che però mi sono sembrate ore, Carl bussa alla porta.

Ray ed io  ci lanciamo verso la porta, ma io arrivo per prima e la apro, straziata, con uno sguardo implorante e una litania silenziosa nel mio cervello – per piacere, che non sia successo nulla di grave.

Carl fa un passo indietro spaventato, senza dubbio sotto shock vedendo davanti a sé una donna implorante. “Uhm… Mrs Grey” dapprima abbassa gli occhi poi li rialza per guardarmi, “sembra che si sia trattato di un falso allarme. Parecchi isolati a Seattle sono rimasti senza energia elettrica, si è trattato di un blackout generalizzato, stiamo verificando ma sembra che sia esploso un trasformatore”.

La tensione pesante che mi aveva attanagliata ora abbandona il mio corpo e avverto  una sensazione di vertigini e di luce, mi sento tanto leggera che potrei decollare al minimo alito di vento. Oh, grazie al cielo! Mi si stringe il cuore mentre mi sposto all’indietro per mettermi a sedere, perché le gambe non mi reggono.

Un attimo dopo Collins si precipita dentro porgendomi il mio cellulare: la familiare suoneria di Somebody è un balsamo per le mie orecchie. Gli esprimo la mia gratitudine con un sorriso, prendo il telefono e rispondo: “Christian?”

“Baby!” Sento il suo sospiro di sollievo. “Mi dispiace di averti lasciata in quel modo, ho dovuto assicurarmi che tutto fosse a posto qui, ma stiamo bene. Stiamo tutti bene, sono sicuro che i ragazzi ti hanno già informata”.

Non appena il livello di adrenalina si abbassa, le lacrime prendono a scorrere – grandi, vistose, silenziose lacrime di gratitudine. “Christian”. Pronuncio a bassa voce il suo nome, il mio sollievo è evidente anche solo dal tono con cui parlo.

La sua risatina nervosa non mi sorprende anche se avevo sperato che ormai avesse capito che mi preoccupo per lui e che la cosa non fosse una novità. Il suo atteggiamento rafforza quello che già sapevo: lui ha ancora bisogno di essere costantemente rassicurato del mio amore e del mio impegno e queste rassicurazioni gliele darò sempre, ogni benedetta volta che potrò, sono solo felice di doverlo fare. “Ti amo, Christian”.

Trae un profondo respiro e rimane in silenzio per un attimo. Ho la sensazione che stia assaporando le mie parole, per chiuderle dentro di sé. “Anch’io ti amo. Più di quanto tu sappia”.

Segue un momento delizioso di silenzio che assaporiamo, entrambi ci stiamo godendo quello che sembra essere un prolungamento del tempo che possiamo trascorrere insieme. Non so esattamente di cosa si tratta, ma sono felice di prendermi ogni minuto che posso godermi con lui, in ogni modo in cui lo posso avere.

In sottofondo sento che Taylor richiama l’attenzione di Christian interrompendo la nostra fusione emotiva e rompendo la bolla in cui siamo immersi: “Baby, devo andare ma non voglio che ti preoccupi. Ti raggiungerò stasera. ”

Dopo aver sussurrato un addio riluttante lascio andare mio marito, ma è molto più difficile liberarmi dal disagio che mi ha presa. Se il solo volere potesse risolvere il pasticcio in cui ci troviamo, l’intensità del mio desiderio ci riuscirebbe – la mia fata madrina è licenziata: non voglio dover spartire nulla con una creatura il cui malato senso dell’umorismo mi ha consegnato l’uomo dei miei sogni per poi gettarci in un baratro tale che non si riesce neppure a intravvederne il fondo.

Nel tardo pomeriggio ho il sospetto che Ray si renda conto del mio nervosismo. Se la tensione che mi irrigidisce le spalle e la rigidità della mia mascella non fosse sufficiente, allora basterebbe a rivelarlo l’inquietudine che vibra fuori di me: sono sul bordo di un baratro.

Quando Ray mi chiama in sala sospiro, vedendo che dei tappetini di gomma ricoprono il pavimento. Lui ha spostato i mobili contro le pareti e con un Chris sovraeccitato mi sta aspettando perché anch’io partecipi alla lezione di auto-difesa che ha improvvisato, per aiutami a smaltire un po’ di nervosismo.  Anche Sawyer, che – purtroppo per lui – è arrivato in anticipo per il suo turno, fa parte del gruppo per essere il mio sparring partner.

La riluttanza non basta a descrivere quanto poco io desideri fare ciò che Ray ha programmato, ma Carl e Collins mi guardano con un largo sorriso e mi incoraggiano a lottare con il loro collega e soprattutto mi è impossibile deludere Chris, eccitato all’idea.

Considerando quello che gli ho combinato in passato, capisco perché gli occhi di Sawyer luccichino quando assumiamo le nostre posizioni di lotta, con i piedi ben piantati a terra, uno di fronte all’altro. Mi sembra probabile che lui mi sbatterà con il culo a terra prendendosi una piccola vendetta per quando sono sfuggita al suo controllo quella famosa volta, ma devo ammettere che ho già dimenticato quella situazione di merda.

Ray urla alcune istruzioni a Chris, il suo piccolo avversario il quale ostenta un grande entusiasmo ed è pronto a mostrare al suo nonno lo show fenomenale di un bambino coraggioso e privo di paura.

Deglutisco e cerco di trovare il mio centro, sforzandomi di concentrarmi sull’allenamento che mi aspetta. Il mio corpo è teso per l’adrenalina accumulata a causa degli eventi delle ultime settimane, i miei muscoli si preparano, in previsione di essere malmenati da quel colosso che pesa almeno 50 chili più di me. In un’ondata di euforia mi dico che Ray ha colto nel segno, un po’ di sollievo da tutta la frustrazione repressa e dalla disperazione è esattamente quello che mi serve.

Quando Ray dà il via mi getto contro Sawyer, con l’istinto di prendere il sopravvento. Un attimo dopo Sawyer è a terra supino, immobilizzato dal mio ginocchio piazzato sui suoi massicci bicipiti. Non posso trattenere un sorriso alla vista dei suoi occhi sbarrati che tradiscono la sorpresa. Prendi questo!

Collins e Carl sono entrambi alla fine del loro turno e dovrebbero essersene già andati, ma si sono fermati e si avvicinano per godersi lo spettacolo del loro collega dei servizi segreti in posizione prona.

Carl è troppo rispettoso per dire qualcosa, anche se non riesce a trattenere una risatina, ma Collins, sentendosi più sicuro del suo rapporto con Sawyer, non ha remore a prenderlo giocosamente in giro. “Dannazione, Luke! Che figura! E per di più con una donna!”

E’ bello ridere con loro, mi mette di buon umore e mi ricorda che non tutto va male. Sawyer borbotta qualcosa sul fatto che non era pronto, la sua espressione è abbattuta e indispettita ma io cerco di dire che è stato solo per dare spettacolo, comunque lo smentisce una scintilla nei suoi occhi, che mi dà l’impressione che sia orgoglioso di me.

Trascorriamo l’ora successiva parlando di tecniche d’attacco e di difesa, esem0plificando alcune mosse per buona misura. Ne conosco già parecchie, perché me le ha insegnate Ray, ma Sawyer è aggiornato con le più recenti tecniche di auto-difesa e me ne insegna alcune tra quelle più nuove e utili. E’ un bravo insegnante, calmo e paziente, e Ray è felice di lasciarmi nelle sue mani mentre lui si dedica a Chris.

Collins e Carl sono rimasti ad assistere a tutta la lezione, dimentichi della stanchezza mentre guardano Sawyer in azione. Dai loro volti sbigottiti mi rendo conto che lo stimano molto, forse addirittura si sforzano di essere come lui.

Alla fine della lezione sono piacevolmente esausta, coperta di sudore e infinitamente grata per la lungimiranza di Ray. Un allenamento come questo, soprattutto in quanto sono donna, mi ha lasciato una sensazione di potenza e di forza. Per la prima volta da giorni tengo ben sotto controllo le mie ansie, ho voglia di fare una doccia. Quando giro l’angolo del corridoio sento Sawyer che si congratula con Ray per avermi insegnato così bene. Anche se a volte Ray potrebbe sembrare privo di emozioni, io so che il complimento gli ha fatto molto piacere, soprattutto considerando la fonte da cui proviene.

Dopo la doccia preparo il bagno per Chris e poi lo metto a letto raccontandogli una storia. L’esercizio fisico gli ha fatto molto bene, è stato un bel cambiamento dalla routine noiosa in cui eravamo caduti. Sorrido mentre lui sbadiglia cercando di combattere il sonno, divertita che uno così stanco abbia ancora la voglia di lottare.

In punta di piedi esco fuori dalla stanza; dal corridoio vedo Ray e Sawyer chinati su un computer sul tavolo della sala da pranzo, intenti a leggere qualcosa. Le loro voci sono sommesse ma preoccupate, conferendo un’aria inquietante a quello spazio normalmente accogliente. Sento solo le parole pericoloso e cartella quando all’improvviso si voltano e guardano verso di me, sorpresi di vedermi. Il loro disagio aumenta e dai loro volti avverto che provano un senso di colpa – stavano nascondendomi qualcosa.

Traggo un respiro profondo, raddrizzandomi in tutta la mia altezza, che – lo ammetto – non è molta, ma io rifiuto di essere tenuta nella bambagia. Stringo gli occhi, facendo trapelare i miei sospetti, e mi porto le mani a pugno sui fianchi: “Che succede?” La mia voce è chiara e bassa, ho assunto esattamente il tono che volevo  – severo e intransigente.

I due uomini arrossiscono poi si scambiano un’occhiata. Ray si stringe nelle spalle ed emette un respiro esasperato: “Faresti meglio a sederti, Annie”. Accenna con il mento al divano dietro di me, il quale è già stato rimesso al suo posto nel salone che poco prima abbiamo utilizzato come palestra.

Il mio cuore e le mie ginocchia tremano a quelle parole, entrambi sembrano bloccarsi mentre dall’espressione di Ray si capisce come si sta sentendo – veramente desolato.  Vedendo il mio viso terreo mi fa sedere sul divano dove mi raggiunge, improvvisamente iperprotettivo, tenendo in mano un foglio, il che innesca ogni sorta di campanello d’allarme nella mia testa.  Sawyer torna al suo posto di lavoro, lasciando che sia solo Ray a raccontarmi ciò che immagino debba essere una cattiva notizia.

Fortunatamente Ray inizia senza preamboli, intuendo che prolungare la mia agonia sarebbe solo peggio.  “Quando ho dato un’occhiata alle cartelle su quel dannato persecutore, qualcosa sul giovane  David Blackmore mi ha colpito, così ho controllato meglio” .

Ci sono delle cartelle sui possibili persecutori? Avrei dovuto saperlo. A parte le fotografie che Taylor mi ha mostrato non mi è stato detto nient’altro, non ero neanche a conoscenza del fatto che esistevano delle cartelle cui Ray ovviamente aveva accesso completo. Scuotendo la testa maledico il fatto di essere stata tenuta all’oscuro di particolari importanti. Stringo le labbra per il dispiacere, ma tengo la bocca ben chiusa, per consentire a Ray di continuare a parlare.

“Mi sono ricordato di un tipo con caratteristiche simili, di cui mi ro occupato a metà degli anni novanta. Ci eravamo interessati di un caso di spionaggio industriale esploso a seguito dell’inchiesta di un giornalista molto zelante che aveva accusato le società petrolifere di avere ingaggiato delle spie per farle infiltrare all’interno delle “imprese verdi”, nel tentativo di minare il loro lavoro all’avanguardia che avrebbe ridotto la dipendenza mondiale dai combustibili fossili”.

Benché ancora non capisca bene, inizio a fare il collegamento tra la nostra situazione e quello che Ray mi sta raccontando, ma non capisco cosa c’entri con il mio papà quel militare ritratto nella foto. Le parole di Ray non riescono a fermare la paura, che sta lentamente annodandomi lo stomaco. Annuisco, fingendo di capire, mentre vedo che sul suo volto molto amato si diffonde la consapevolezza che la notizia che sta per darmi sarà devastante.

Schiarendosi la voce e utilizzando una evidente tattica dilatoria, si sfrega le mani  sulle gambe, insolitamente nervoso.   Vedere Ray teso non è una cosa alla quale sono abituata. E’ molto inquietante vedere il suo pomo d’Adamo che sale e scende ripetutamente, mentre cerca le parole appropriate e amorevoli con cui  attutire il colpo che mi aspetto.

“Il giornalista è morto prematuramente, all’improvviso, e così è successo anche ad alcuni personaggi chiave che stavano lavorando ad un progetto segreto per conto di un emergente industriale verde. Quelli erano sicuramente casi sui quali avrebbe dovuto indagare la polizia o forse addirittura l’FBI, ma la mia squadra è stata chiamato in causa perché la cosiddetta “spia industriale” aveva un collegamento con il cartello della droga in Colombia ed era scomparsa insieme a un ostaggio che il governo degli Stati Uniti non intendeva sacrificare”.

Ascoltando Ray un incubo mi blocca: unendo i vari puntini riesco finalmente a vedere le correlazioni. La situazione diventa brutalmente chiara, per non dire terrificante.

So che ci sono alcune cose sul passato di Ray che non può raccontarmi, ma cerco di leggere tra le righe, concentrandomi su quello che può e su quello che non invece non può dirmi.  “Così sei andato a salvare l’ostaggio?”

“Sì”, conferma, con gli occhi vitrei, mentre ripensa al suo passato. “E siamo stati incaricati di trovare il collegamento tra il cartello e l’ostaggio. Cosa se ne poteva fare il cartello della droga di un eco scienziato all’avanguardia? La cosa non aveva senso e credo che il governo temesse che l’industria del narcotraffico intendesse allargare i propri interessi ad altri campi o qualcosa del genere, se ​​avevano bisogno delle competenze di questo personaggio”.

Preoccupata, improvvisamente mi sto chiedendo la stessa cosa e rabbrividisco pensando alle possibili implicazioni. Ray si affretta a mettere fine alle mie sofferenze, concentrando di nuovo il suo sguardo su di me. “Risultò che l’unico collegamento era solo questo: il boss del cartello si rivelò essere il fratello di uno dei dirigenti della società che aveva ideato lo spionaggio. Il signore della droga aveva messo in contatto  il fratello con un personaggio di solito utilizzato per imprese del genere nel campo della droga ed era la società mineraria ad avere ordinato il sequestro dello scienziato che avevano cercato di attirare dalla loro parte per anni”.

“E siete riusciti a salvarlo?” Sono attratta dalla storia, non riesco a districarmene, anche se quel poco di buon senso che mi resta mi imporrebbe di chiudere gli occhi e di mettermi le mani sulle orecchie per non sentire il racconto di Ray.

“A quel punto abbiamo lavorato insieme all’Intelligence, ma la spia è riuscita a scappare e a rifugiarsi nei fitti boschi della Colombia; tutto sommato, però, è stata considerata una missione riuscita”.

“Va bene,” sospiro, consapevole che c’é ancora un pezzo importante di informazioni che mi manca, “ma questa storia come è correlata col nostro persecutore?”

Vedo Ray piegarsi in avanti, appoggiare i gomiti sulle ginocchia e massaggiarsi le tempie in lenti cerchi. “Il nome della spia era John Finch e secondo quello che è scritto in questa cartella …”, che tamburella con la mano, non ancora disposto a passarmela, ” … alias Mike Duncan, alias Grant Russel, … alias David Blackmore”.

Anche se me lo aspettavo, il colpo mi lascia stordita, tirando fuori dai miei polmoni tutta l’aria. Finalmente Ray mi passa la cartella, che prendo in mano e apro automaticamente. Fissando quelle che sembrano diverse foto formato tessera vedo come ha cambiato il suo aspetto ogni volta che ha assunto una nuova identità, ma avere tutte le immagini una accanto all’altra per confrontarle rende facile comprendere che si tratta dello stesso uomo .

Avvertendo la mia angoscia Ray riempie il silenzio. Sono sicura che avrei molte domande da fargli, se il mio cervello non fosse troppo intorpidito per pensare. “Da quello che ho potuto capire, dopo la nostra missione non ha avuto altri incarcichi e così si è reinventato un ruolo diverso e si è rimesso a fare ciò per cui era stato reclutato dalla società petrolifera – insomma, si tratta di un esperto di spionaggio industriale con poco riguardo per le leggi, assunto da aziende con oscure intenzioni e molti fondi neri a disposizione”.

Avere avuto una spia all’interno della GEH è certo grave, ma il fatto che si tratti di uno con particolari capacità e, a quanto pare, tanto determinato rende la cosa addirittura nauseante. “Christian lo sa?” La mia voce è tremolante, ho la bocca secca e la gola amara per la bile.

“Si, ho ricevuto la sua e-mail subito dopo che sei andata a fare la doccia e la ho girata a Taylor. Ho fatto questa copia per parlarne con Luke”. Sentendo il suo nome, Sawyer  alza lo sguardo dal suo monitor e Ray lo chiama.

Stranamente la paura fa girare meglio gli ingranaggi nella mia testa; ora riesco a mettere insieme i fatti e, lentamente, tutti i tasselli del puzzle vanno a posto. Sapevamo già che si trattava di una persona che aveva accesso all’ufficio di Christian, e questo era facile per lui, dato che lavorava alla GEH; lui, poi, possiede un fucile da caccia calibro 308, e trovare la Grace così come l’indirizzo della residenza privata di Christian è stato un gioco da ragazzi per un criminale come lui. Anche il poliziotto conoscente di Christian ha trovato il file BDSM su Christian, pieno di informazioni su di noi e sui nostri movimenti, e allora mi viene spontanea la domanda: “Allora, se questo soggetto è stato assunto dalle Grey Enterprises, come mai il reparto Risorse Umane non ha scoperto il suo passato?”

Sawyer prende il testimone da Ray: “Non si tratta di una semplice bugia sul suo curriculum, qualcosa che il reparto Risorse Umane avrebbe sicuramente scoperto. Questo personaggio ha fatto ben di più, in realtà ha rubato l’identità di una persona reale. Di questi tempi il furto di identità è un settore a parte e immagino che un uomo con legami con i cartelli ha tutti i giusti contatti nel mondo del crimine. E’ quasi impossibile da individuare, perché c’è un fondo di verità”.

“Eppure, pur essendo così abile a mentire lui è stato scoperto?” Non condivido quello che dice Sawyer, i miei pensieri corrono in un milione di direzioni.

Annuisce, increspando le labbra: “Ah, sì. Ecco dove la società di Mr Grey è unica. Indagare a fondo su di una persona prima ancora che inizi a lavorare alla GEH è solo la prima parte del sistema di sicurezza. Tra Mr Grey, Barney e Taylor hanno ideato un sistema complesso, a più livelli, con una serie di controlli successivi: una rete di immagini e di dati che possono quasi sputare fuori un nome con la semplice pressione di un tasto, se ci fosse un sospetto e, nel caso di David, è esattamente quello che è successo. Il sistema ha individuato un file che era stato aperto da un utente non autorizzato e l’indagine è partita da lì”.

“Lui, insomma, ha sottovalutato il livello di sicurezza della GEH e il sistema è stato in grado di individuarlo. Così è stato licenziato, ma non denunciato? Quando è successo tutto questo?” Pezzo dopo pezzo sto mettendo assieme tutte le informazioni che ho appena avuto.

“Secondo la cartella su David, hanno individuato lo spionaggio molto velocemente e hanno agito ancora più in fretta. Forse non c’erano gli elementi per denunciarlo, ma è stato licenziato tre mesi fa di punto in bianco. Non so perché Mr Grey si è comportato così, non ero al suo servizio in quel momento, ma credo che sia stato perché il danno era stato minimo e l’uomo ha accettato di andarsene senza fare clamore”.

“Per quanto tempo ha lavorato alla GEH prima che scoprissero cosa faceva?” Non so fino a che punto posso parlare di questo con Sawyer, è chiaro che lui ha solo informazioni di seconda mano.

“Se ricordo bene, circa quattro mesi, Mrs Grey: c’è voluto del tempo perché lui capisse l’organizzazione e solo dopo ha potuto iniziare a fare le prime mosse.  Dopo che è stato licenziato il team ha fatto ulteriori indagini sul suo passato, ma niente di sospetto è emerso. Mr Grey lo ha interrogato circa le sue motivazioni, ma essendo il professionista che è ha trovato una storia plausibile di copertura”.

Sawyer si siede, appoggiando la caviglia sopra il ginocchio dell’altra gamba, deciso a condividere con me ciò che sa. “Ha confessato a Taylor dopo un po’ di, uhm …” si interrompe a metà frase, alla ricerca delle parole giuste, e io mi rendo conto che Taylor deve averlo conciato per le feste, “… persuasione, che aveva lavorato da solo e che era sua intenzione impadronirsi di brevetti registrati della GEH, da vendere sul mercato nero. Il fatto che sia stato individuato così presto ha lavorato contro di noi, nel senso che David ha potuto mentire facilmente perché erano state raccolte poche prove contro di lui. Se ci fossero state accuse più compromettenti sarebbe stato più logico pensare di dover verificare approfonditamente la sua storia o collegarlo a un concorrente”.

Mi guarda mentre, con gli occhi spalancati, cerco di fare i conti con tutti gli inganni che sono stati messi in atto, mi sembra di vivere in un film. La sua bocca assume un atteggiamento mesto, gli occhi si fanno cupi: “Ora sappiamo perché si è preso la colpa, stava proteggendo la società che lo aveva assunto per mantenersi un lavoro che doveva valere un buon paio di milioni di dollari”.

E lui è ancora là fuori, la mia testa rimbomba in segno di protesta per quello che ho appena appreso. Con tutte le risorse necessarie e il movente per fare tutto ciò che basta a eliminare l’altra metà della mia anima. Proprio mentre mi rendo conto di questo, ecco che capisco anche un’altra cosa, che mi lascia senza fiato per la paura. Anche se riusciamo a trovare ed eliminare questo delinquente nulla potrà fermare la società che lo ha assunto, che continuerà a tentare di distruggere Christian e la sua azienda. Cazzo!

Christian è ricco, molto ricco, ma proprio come lui anche loro stanno cercando di proteggere ciò che hanno costruito e, nonostante la dimensione astronomica della società, la GEH è sua e solo sua. Una multinazionale invece non ha una faccia. Mano a mano la mia visione delle cose diventa più tetra e il nostro futuro più oscuro.

La voce di Ray interrompe i miei pensieri, costringendomi a tornare alla realtà. “Annie, stai bene, tesoro? sei diventata molto pallida!”

No, neanche un po’ ma non posso dirglielo: “Uhm, sì. Sto solo pensando a tutto questo. Io sono vagamente consapevole del fatto che non suono convincente ma sono troppo distratta per preoccuparmene. Mi alzo, le mie gambe si muovono automaticamente, senza che io lo voglia veramente, per portarmi fuori a prendere una boccata d’aria. Non avverto neppure il vento gelido che mi morde le braccia, il mio sistema nervoso è paralizzato pensando alle orribili possibilità. Questo è molto peggio di quanto avessi mai immaginato.

Seduta sul bordo del patio di Ray uso ogni oncia di forza per non cedere al panico a stento trattenuto quando improvvisamente mi domando perché mai, se la cosa è finita in maniera così pacifica, Christian abbia continuato a tenere d’occhio questo individuo. Come ha fatto a finire sulla nostra lista dei possibili colpevoli se se ne è andato mesi fa senza discutere e senza creare problemi?

L’incertezza è sufficiente per galvanizzarmi all’azione. Tirando fuori il mio cellulare compongo il numero di Christian nel tentativo di avere direttamente da lui alcune risposte. Quando risponde al terzo squillo la stanchezza nella sua voce è una prova sufficiente per capire che lui sa perché lo sto chiamando: senza dubbio Sawyer lo ha avvertito mentre Ray e io stavano chiacchierando. “Ciao, baby”.

“Ciao a te”. Non sono affatto sorpresa che la mia voce rispecchi il tono che lui ha appena utilizzato. Detesto che fingiamo entrambi di essere tranquilli: nessuno di noi è disposto a cedere di un millimetro, ma siamo anche disperatamente aggrappati alla speranza che non litigheremo. E’ una stridente e confusa miscela di emozioni.

Mi lascio sfuggire un sospiro frustrato, massaggiandomi la fronte con le dita e pregando che lui capisca quanto questo sia importante per me quando lui finalmente cede: “Tu non mi puoi dare la colpa, baby, io ero e sono ancora terrorizzato all’idea che tu possa andartene”. Parla a bassa voce, è straziante che lui sia ancora così insicuro circa il mio comportamento, ma ora però deve preoccuparsi per quello che mi ha tenuto nascosto.

“Tu sapevi tutto questo?” La mia voce incredula deve essere più dura di quanto volessi, perché quasi istantaneamente lui reagisce negando.

“No, per l’inferno! No!” poi tace e io riesco a sentire il suo respiro irregolare e la sua apprensione, che gli impediscono di trovare le parole che vorrebbe pronunciare. “No”, ripete, questa volta più misurato e più calmo. “Quello che Ray ha trovato è stato straordinario e non lo avremmo mai scoperto se non fosse stato per lui, anche se avevamo sospettato che David non fosse in realtà chi diceva di essere”.

Nascondo il mio sollievo, non voglio che pensi di essere già fuori dai guai. “Allora, c’è dell’altro che non mi hai detto?”

“Baby, io …” si ferma, forse per la prima volta coglie la gravità della situazione. Con un respiro profondo finalmente si arrende e mi dice quello che voglio sapere: “Ho dimenticato di dirti che lui era il nostro primo sospettato e fino a che punto le aziende che impiegano persone come lui possono farli arrivare. Lo abbiamo tenuto sotto controllo dal momento in cui ha lasciato la GEH ma, alla luce delle rivelazioni di oggi, adesso ho il sospetto che lui sapesse di essere controllato. Questa non è la prima minaccia che abbiamo dovuto fronteggiare, è per questo che dobbiamo tenere alto il livello della sicurezza. Sono ben consapevole di ciò che è in gioco per le società i cui profitti sono messi a rischio dai nostri progressi nel campo della più economica energia verde”.

La sua scelta di parole non passa inosservata, trascurato il mio culo, ma non mi soffermo su questo, adesso. Almeno ha risposto alle mie domande, anche se c’è ancora qualcosa che non mi torna: “Quando abbiamo parlato del colpevole, in passato, e del suo profilo, era evidente che i suoi attacchi avevano motivazioni personali. Se David è davvero il nostro uomo, perché non farla finita, perché continuare?”

“Non siamo mai stati sicuri al cento per cento, la natura personale delle azioni comporta che alla lista vanno aggiunti altri tre nomi, ma ora tutto ha un senso. Ha fatto in modo che apparentemente quegli attacchi avessero natura personale solo per distogliere l’attenzione da se stesso. Se fosse accaduto qualcosa a me, era passato troppo poco tempo dal licenziamento perché lui non fosse immediatamente incluso tra i sospettati; invece, facendo in modo che l’azione sembrasse avere motivazioni personali, allora ci sarebbe stato un mare di sospettati e tra questi sperava di nascondersi meglio. Taylor ha ipotizzato che il suo datore di lavoro gli facesse fretta, così ha dovuto agire”.

“Penso che lui fosse scioccato per essere stato individuato alla GEH: aveva gravemente sottovalutato il nostro sistema di sicurezza e siccome quello che era successo era stato registrato e documentato si è reso conto che, probabilmente per la prima volta, non era un criminale senza volto che poteva tranquillamente sparire una volta che il suo lavoro era stato portato a termine. Stava correndo il rischio reale di essere catturato dalle autorità nonostante i suoi alias, ma anche noi potevamo arrivargli addosso”.

“Sai a che società è legato?”

La sua esitazione mi fa capire che lo sa ma aspetto la sua conferma, trattenendo il respiro. Posso solo immaginarmelo mentre cammina avanti e indietro sul sontuoso tappeto della suite del Fairmont, domandandosi cosa può rivelarmi.

“Sì”. La semplice risposta secca è determinata, è inconfutabilmente chiaro che non tollera alcun commento o una domanda ulteriore da parte mia. Immediatamente ricevo il suo messaggio: non dirà mai né chi né quando o come, almeno non lo dirà a me – sarebbe troppo rischioso per me saperlo.

Sono ben consapevole del fatto che non può vedermi ma comunque annuisco, incapace di parlare, mentre il cuore mi si stringe sempre più.

Dopo lunghi minuti di silenzio lui interrompe il nostro pesante mutismo: “Baby, ti prego, dimmi qualcosa, io sto impazzendo”.

“Non ho intenzione di andarmene, anche se non so perché continuo a dirtelo, è ovvio che tu non mi ascolti”. Spero che si abituerà, prima o poi, al mio nuovo atteggiamento perché per il prossimo futuro marcherà ogni nostra interazione.

“Sono felice di sentirtelo dire, Mrs Grey” Il sorriso che avverto nelle sue parole testimonia il suo bisogno di essere continuamente rassicurato, ma anche il suo carattere mutevole – davvero non capisco come possa cambiare di umore in un solo momento.

Non appena si rende conto che il mio umore, a differenza del suo, non sta cambiando cerca di confortarmi: “Anastasia, ti prego, ascoltami. So che le cose sembrano scoraggianti al momento, ma ho tutto sotto controllo, devi fidarti di me, baby”.

Perché ho ​​la sensazione che stia cercando di dirmi qualcosa che, per un motivo che non conosco, non può dire a chiare lettere? Sicuramente lui si rende conto di chiedermi troppo proprio in un momento come questo: in una situazione come quella che stiamo fronteggiando nessuno può chiedere tanto.

“Hai fiducia in me, baby?” mi esorta, ma dalla sua voce emerge l’incertezza.

“Mi fido di te, Christian, ma non vedo come la cosa possa aiutarci”.

“Questo è tutto quello che  ti chiedo, Mrs Grey”. Mentre sto meditando sul suo messaggio criptico, lui cambia argomento. “Stavo dimenticando di dirti, solo perché tu non ti preoccupi, che  non sarò disponibile tra le 20:00 e le 22:00 domani sera perché parteciperò alla inaugurazione della Commissione per lo Sviluppo Sostenibile.”

Eh? “Va bene” dico, perplessa.

“E’ una commissione internazionale composta da diversi delegati che rappresentano il governo, l’industria, le imprese e le ONG per indirizzare le future decisioni sul cambiamento climatico, sulle emissioni a effetto serra e sullo sviluppo sostenibile.”

Oh! “E tu ti sei offerto volontario per partecipare a questa commissione?”

Lui ridacchia: “No, baby, si è nominati dai colleghi del settore e quindi, se si hanno le necessarie caratteristiche, si è invitati a partecipare. È un grande onore e una grande opportunità. Sarò in grado di influenzare un cambiamento positivo per il nostro pianeta”.

Non posso ignorare la nota di orgoglio e di entusiasmo nelle sue parole, anche se ci provo. Avevo dimenticato quanto sia interessato e appassionato alle fonti di energia alternative e ora, alla luce di questo riconoscimento, capisco quanto è stimato nel suo settore.

“Complimenti Christian, sono orgogliosa di te e delle tue capacità”. Lo penso veramente, anche se so che si tratta di quelle stesse capacità a causa delle quali siamo sotto tiro. Non ho mai pensato di essere un’attivista, ma improvvisamente avrei voglia di sventolare un cartello di protesta davanti a qualche grande società, forse addirittura di incatenarmi a un albero per dimostrare quanto è profondamente ingiusto dare la caccia a un uomo che sta cercando solo di salvare la sua famiglia – accidenti, avidi bastardi!

“Lo sei davvero?”

Il suo tono incredulo mi sorprende, come può non saperlo? “Certo. Sempre. Sono orgogliosa di te e ti rispetto. Pensavo che lo sapessi”.

“Non me lo hai mai detto”. Il mio cuore soffre mentre rifletto sulla vulnerabilità che traspare dalle sue parole: quando si è a pezzi come lui quelle cose non sono implicite in un Ti amo. Mi prenderei a calci per non essermi mai spiegata chiaramente.

“Bene, ora lo sai. Io lo sono e ti amo”. Cerco di trattenere l’emozione, sto per piangere.

La sua risata dolce mi aiuta a evitare di piangere: “Sei sicura di non avere rubato le parole di una canzone, Mrs Grey?”

“Lo sono, Mr Grey”, dico ridendo.

“Anche io ti amo, vorrei che tu potessi venire con me”.

Dopo un saluto emozionato riagganciamo e mi dirigo a letto, ma un milione di pensieri si agitano nella mia testa tenendomi in uno stato di inquietudine tra la veglia e il sonno profondo.

Venerdì mattina è evidente, dal mio aspetto, che non ho dormito. Questo, unitamente ai miei muscoli indolenziti, doloranti per il vigoroso allenamento di ieri, mi lascia in uno strano stato d’animo. Indipendentemente dall’insistenza di Christian, che mi ha ripetuto tante volte che devo fidarmi di lui, mi sento vuota e insensibile. Sarebbe un cambiamento piacevole rispetto al terrore implacabile di prima, se non fosse così sconcertante sentirsi tagliati fuori da tutto.

Mi sono tenuta occupata rispondendo alle e-mail della mamma, anche ad una, che non aspettavo, di Kate che mi chiedeva cosa sta succedendo. In qualsiasi altro momento i suoi modi diretti mi avrebbero fatto soridere a prescindere da come mi sentissi, ma non oggi. Le rispondo meglio che posso e spero che lei non si risenta per la mia reticente risposta. Non ho la forza di parlare con Flynn oggi, così annullo l’incontro su Skype ripromettendomi con poco entusiasmo di rinviarlo a domani.

Christian mi chiama più volte durante il giorno, ma da parte mia la conversazione è retorica. I suoi sforzi per tirarmi su il morale servono a poco e alla fine della giornata lui è esasperato. “Cosa c’è che non va, baby?” esplode, disperato. “Non ho mai pensato che sarei arrivata a tanto, ma io in realtà preferisco che tu sia arrabbiato con me” .

“Mi dispiace, non lo so. Penso di essere solo stanca”. Per un momento rifletto se è così che ci si sente, così piatti e disinteressati, quando si ha un esaurimento nervoso.

“Mmhh”, riflette, poco convinto. “Forse ti sentiresti meglio se potessimo trascorrere la notte insieme. Ti ho inviato per e-mail il link al webcast che trasmetterà in diretta l’evento di stasera. Dovrei essere lì verso le 20:30”.

Mi sforzo di sembrare entusiasta e penso di esserci riuscita perché lui la smette di perseguitarmi. A mia volta insisto perché mi spieghi dettagliatamente tutte le misure di sicurezza che ha messo in atto per la serata.

Ray per fortuna si occupa al posto mio di far giocare Chris e la sera mi sento tanto in colpa che propongo di preparare io la cena. Intorno al tavolo riesco a malapena a seguire la conversazione, costringendo sia Ray sia Chris a ripetere più volte le cose.

Chris e io facciamo un’ultima telefonata a Christian per fargli gli auguri per la serata, poi metto Chris a letto e inizio a leggere un libro per distrarmi, in attesa della trasmissione dell’evento. Colloco il mio computer portatile su un angolo del tavolo della sala da pranzo, e sia Ray sia Sawyer si uniscono a me a guardare la trasmissione.

Mentre i protagonisti entrano in sala riconosco un gran numero di capi di stato e di capitani d’industria. Mi rilasso un po’ pensando che la sicurezza, in un evento come questo, deve essere elevatissima. Un giornalista in loco fornisce una breve descrizione dei compiti della Commissione e spiega che la sua formazione è stata una diretta conseguenza del G8. Più lo ascolto e più mi rendo conto che si tratta di un impegno non solo grande, ma addirittura eccezionale.

La prima emozione la provo nel guardare Christian, straordinariamente bello in uno smoking nero su misura, mentre presta il suo giuramento.

La sua espressione è solenne, a testimonianza di quanto seriamente lui prende tutto quello che fa, di quanta passione mette nel cercare di aiutare le persone che soffrono la fame e di salvare il nostro prezioso pianeta.

Sono preda di un groviglio schiacciante di emozioni, così travolgente che mi porto una mano al cuore per il timore che mi balzi fuori dal petto. Il mio splendido, brillante marito! Il mio desiderio per lui si acuisce mentre lo seguo con gli occhi scendere dal podio e spostarsi alla sinistra dello schermo, dove Taylor è in attesa per scortarlo di nuovo al suo posto. Solo un paio di secondi prima che escano dal raggio d’azione della telecamera vedo che qualcosa cattura l’attenzione di Taylor, che fa oscillare la testa in direzione di qualcosa che non individuo.

Guardo con orrore che improvvisamente si gira nel tentativo di proteggere Christian, e che cadono entrambi a terra. Poiché sono sdraiati tra le file di sedili non possiamo vederli più ma in sala scoppia un pandemonio mentre tutto il personale della sicurezza scatta in azione. Possiamo sentire delle esplosioni e delle grida, poi lo schermo diventa nero e si sente solo il sibilo di una connessione interrotta.

“Nooooooo!!” urlo al computer portatile mentre il cuore mi batte all’impazzata nel petto; con una espressione supplichevole guardo Sawyer, aspettando da lui delle risposte che so benissimo che non può darmi.

Lui non perde tempo: tira fuori il suo telefono e compone sulla tastiera un numero mentre si mette l’auricolare, così da avere le mani libere. Fa una chiamata di emergenza alla polizia poi si connette ai loro canali radio, per rimanere aggiornato su quello che sta succedendo.

Non posso fare altro che guardare. Un mix debilitante di shock e di terrore mi corre nelle vene e mi accascio sul pavimento. La mia preoccupazione di prima, di non provare nulla, svanisce perché ogni possibile emozione legata al terrore mi bombarda il cervello tutto in una volta.

La chiamata successiva è per Brandon. Lo so solo perché Sawyer me lo dice, perché tenta di collegarsi con Taylor tramite un circuito alternativo. Ray mi mette un braccio intorno alle spalle e mi tira vicino a sé. Insieme fissiamo Sawyer, sperando che Brandon si decida a rispondere al suo maledetto telefono.

Dopo innumerevoli squilli senza risposta, Sawyer riattacca, frustrato. Il rumore del telefono senza fili sbattuto giù mi fa sobbalzare, riattivando in qualche modo il mio cervello. Io mi raggomitolo sul divano stringendo le ginocchia al petto, dondolandomi, cercando di aggrapparmi alla tenue presa che ho sul mio equilibrio mentale.

Con ogni sforzo Sawyer cerca di collegarsi con qualcuno per avere delle notizie su quanto è successo, ma sento che i minuti passano vanamente, aggiungendo alle mie spalle un peso insopportabile che cresce a ogni tentativo fallito.  Ray fa del suo meglio per confortarmi, portandomi del tè e borbottando che nessuna notizia dovrebbe essere una buona notizia, ma le sue parole non significano nulla perché vedo che il suo volto è distorto per la preoccupazione e il suo corpo denota una enorme tensione.

Ostinatamente la mia mente si rifiuta di lasciarsi andare a pensare ai momenti felici trascorsi con Christian, una sorta di meccanismo di difesa che mi protegge dal doloroso pensiero che forse lo ho perduto. Che cosa è successo, dove è Christian, l’attacco era contro di lui o contro un altro, perché nessuno ci ha chiamati? Non riesco a fare altro che ripetermi ossessivamente queste domande.

Sawyer si è collegato a ogni possibile canale di notizie, lo capisco vedendo la serie di minuscole immagini riprodotte in tutti i monitor, la radiofrequenza della polizia si sente in sottofondo. Anche dopo tre ore non c’è nessuna notizia relativa a quello che abbiamo visto accadere in occasione dell’inaugurazione della Commissione.

Se non fossi così presa dal panico lo troverei strano, ma in questo momento il mio cervello non è in funzione a pieno regime. Mi sento intrappolata nel mio corpo inutile, incapace persino di piangere e continuo a rifiutare di ragionare.

Quando la tensione finalmente raggiunge il limite qualcosa scatta nella mia mente, un ping riecheggia nella mia testa vuota e finalmente mi abbandono a quel fiume di lacrime che avevo finora trattenuto. Mi alzo di scatto e afferro Sawyer per il bavero; la disperazione mi fa quasi impazzire e urlo: “Perché non abbiamo nessuna notizia?”

Sawyer, sconcertato dal mio sfogo, resta a guardarmi a bocca aperta: la lunga lista delle sue capacità non comprende quella necessaria per gestire una donna impazzita, ma Ray interviene a liberarlo dalla mia presa. Abbandonandomi al suo abbraccio, emetto un singhiozzo straziante e gli batto i pugni sul petto.

Quando mi sono un po’ calmata lui mi lascia andare e mi spinge di nuovo sul divano dove mi siedo, mentre le mie gambe sobbalzono nervosamente tanto sono agitata e sconvolta, più di quanto lo sia mai stata in vita mia. Debbo trattenermi a forza per non urlare quando sentiamo qualcuno bussare alla porta, ma Ray, con i suoi pronti riflessi, mi appoggia una mano sulla bocca per farmi tacere.

Vedo che mi fa un cenno per indicarmi di tenere la bocca chiusa in modo che possa lasciarmi andare. Guardo con terrore che i due uomini estraggono le armi e comunicano tra di loro tramite segnali fatti con le mani, di cui non comprendo il significato. Ray prende posizione dietro la porta d’ingresso, mentre Sawyer controlla il monitor per vedere l’esterno.

La sua tensione si rilascia e immediatamente rimette la pistola nella fondina: “E’ Mr Grey!” Il sollievo nella sua voce è tangibile, ma io, distrutta come sono, non me ne rendo subito conto.

Non faccio in tempo ad elaborare le sue parole che mi trovo avvolta tra le braccia di Christian.

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